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Abbiamo ancora bisogno di “sperimentare” la DAD per capire che NON è SCUOLA?

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Pubblicato da Dott.ssa Beatrice Chieppa in DIDATTICA E DINTORNI · 11 Gennaio 2021
Tags: scuoladadddicovid
Mi appresto a scrivere un articolo sulla didattica a distanza. Lo devo per tutte le volte che sono al pc e non solo. Lo devo a migliaia di studenti e docenti che da un anno a questa parte hanno visto stravolta ogni certezza.
Mi fermo, cancello, riprendo. Mi fermo nuovamente, cambio la prospettiva, disfo tutto e scrivo di nuovo.
L’argomento è piuttosto complesso e non vorrei correre il rischio di perdermi nei numerosissimi aspetti, meritevoli ciascuno di un contributo a parte, come il diritto alla salute da cui debbano scaturire scelte organizzative e comportamentali necessarie. Poi, casualmente, ascolto un intervento di una certa Roberta Romussi, un’insegnante di greco e latino al liceo, che parla di Dad come di “un qualcosa che potrebbe funzionare”, ma dalla quale siamo distanti anni luce per mancata sperimentazione nel campo.

Allora mi chiedo: siamo sicuri, ma proprio sicuri che basti testare questo tipo di didattica allo stesso modo di un vaccino (paragone, peraltro, utilizzato dalla stessa Romussi) per credere nella sua bontà?

Siamo certi che sia necessaria una sperimentazione perché la vita su Marte (altro paragone usato dalla docente) sia possibile?
La risposta a queste domande la si trova negli sguardi, nei pensieri e nelle parole di tutte le studentesse e di tutti gli studenti che hanno compreso come questa possa definirsi una parentesi, la più buia, nella quale la scuola sia precipitata e da buona insegnante-pedagogista non posso che partire proprio da loro.  


Come ho avuto modo di sottolineare mesi fa, in una diretta fb che ha visto la stessa “Città dell’Infanzia” partecipare attraverso diverse voci, tra cui la mia, ci troviamo di fronte a una macchina, e francamente mi riesce difficile pensare come possa avvenire la benché minima interazione sociale, seduti nella propria camera, soli, davanti a uno schermo. Un assunto è imprescindibile: la scuola è “ambiente educativo di apprendimento” e “l’ambiente” è quello spazio che non solo ci circonda, ma nel quale ci troviamo e viviamo - una piattaforma non è uno spazio fisico e sfido chiunque a volerla reputare “ambiente”. Se non ci fosse stato bisogno di una scuola all’interno della quale un piccolo gruppo cresce e matura nella dimensione “sociale” che quel gruppo rappresenta, la presenza della stessa non avrebbe avuto senso. Il sentirsi parte di una comunità -uno dei principi-cardine grazie al quale una scuola ha ragione d’essere, andrebbe oltre tentativi malconci a volerne riprodurre una copia su un virtuale. Ma leggiamo cosa dice a proposito di scuola John Dewey, filosofo statunitense e uno dei più grandi pedagogisti del Novecento.
La scuola come “ambiente” per Dewey è qualcosa di più di uno spazio che circonda l’individuo. In esso trova ampio accoglimento l’”interazione sociale”: “ogni situazione di apprendimento non è mai individuale, ma sempre sociale, per i materiali, per gli insegnanti, per la struttura della scuola, per la presenza di una cultura di cui tutti partecipano con diversi livelli e modalità”. (John Dewey – “Il mio credo pedagogico”).

Il pensiero di Dewey ruota attorno al ruolo centrale dell’ “esperienza” intesa come luogo di relazione e scambio reciproco tra il soggetto e l’ambiente.

Il pensiero del pedagogista ha comportato quella rivoluzione in ambito pedagogico e nel processo di insegnamento/apprendimento capace di produrre “cambiamento” nel singolo individuo e di conseguenza nella società di cui fa parte.
Non si può parlare di “processo” e non si può parlare di “educazione” - fino a prova contraria all’interno di una scuola si educa- senza che vi siano tutte le condizioni necessarie perché si realizzi vera crescita e formazione dell’individuo. Lasciamo alla tecnologia tutta la sperimentazione che merita- riguardo all’apprendimento, avrebbe tradito ciascuna aspettativa (di questo ne parlerò in un prossimo articolo), ma non permettiamo che su questo modo di fare scuola, “a distanza” dalla sua vera e intrinseca essenza, ricadano le attese future di migliaia di studenti e docenti, barattandole con una “possibilità” che, temo, molti vorrebbero tradurre in una “fatale convinzione”.

Insegnante, attrice teatrale

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