Vai ai contenuti

Sport e bambini. Cari istruttori, resistete! Abbiamo un serio problema...

Sport e bambini. Cari istruttori, resistete! Abbiamo un serio problema...

Cittadellinfanzia
Pubblicato da Dott.ssa Serena Gisotti in SALUTE E BENESSERE · Lunedì 08 Giu 2026 · Tempo di lettura 8 minuti
Tags: sportbambiniinclusione
Siamo decisamente di fronte a un problema che, con il passare degli anni (e l’incremento incondizionato di dispositivi elettronici) sta degenerando in un disturbo diffuso. Allenando varie fasce di età, ho potuto riscontrare una frattura netta tra bambini e adolescenti prima della pandemia e bambini e adolescenti post pandemia. La difficoltà maggiore risiede nel tentativo di implementare nuove attività, reiterarle e consolidarle.

I bambini, in particolare, nella fascia di età che va tra i 4-9 anni, non hanno più la capacità di soffermarsi ad ascoltare e ricevere un semplice compito. Tra l’emissione del messaggio e il tentativo di compimento dell’azione, in una frazione di secondo, il canale comunicativo si interrompe portando a una situazione di loop dove lo stesso identico messaggio viene ripetuto in modo parossistico, il più delle volte, inascoltato fino alla fine della lezione.

Tralasciando le gravi lacune motorie che accomunano quasi tutti, ascrivibile a un’insufficienza educativa della scuola (non sanno mantenere equilibrio, coordinazione, saltare, rotolare e distinguere la destra dalla sinistra!...), un’ora di lezione si svolge, nella maggior parte dei casi, cercando di attirare l’attenzione su piccoli ma essenziali compiti. Un allenamento costruito in modo progressivo favorisce l’evoluzione delle abilità fisiche e sostiene, allo stesso tempo, aspetti cognitivi come attenzione, coordinazione e capacità di apprendimento. In età evolutiva, infatti, il corpo risponde in modo diverso rispetto all’adulto e necessita di stimoli adeguati, variati e coerenti con il livello di maturazione.  Un percorso ben strutturato pone le basi per uno sviluppo armonico e duraturo. Questo, però, si scontra con la realtà di una generazione totalmente cambiata.



Una lezione strutturata deve alternare momenti ludico-motori a momenti tecnici, soprattutto nella fase 6-9 anni. I piccoli, però, scambiano l’allenamento sportivo per attività da ludoteca, molto spesso denunciata verbalmente con un “lo vuoi capire che vogliamo solo giocare?”. In una disciplina come il pattinaggio, per esempio, altamente tecnica e complessa (senza minimi elementi tecnici può divenire pericoloso), questo tipo di risposta finisce con il vanificare anche minimi risultati che, con una predisposizione differente, potrebbero essere decisamente soddisfacenti. E’ importante, altresì, che i bambini sperimentino la multilateralità sportiva per comprendere in quale disciplina possano sentirsi più a proprio agio. Accade spesso, però, che si provino innumerevoli attività sportive, senza successo.

E qui sorge il problema più grande: i genitori.

Come spiegare al genitore, completamente avulso dal contesto educativo extraparentale, che il bambino non compie progressi poiché refrattario a qualunque forma di “impegno”? Come instillare il senso della disciplina che parte già da come un bambino si veste per un allenamento, da come cura i suoi attrezzi e che la palestra non è un parcheggio? (Il più delle volte indossano abbigliamento non adeguato e capelli non raccolti. L'importante è "andare".). Come indurre a comprendere che il lavoro dell’educatore/istruttore sportivo costituisce solo una miserrima parte di tutto il percorso di crescita che il bambino sviluppa fuori dalla palestra? E non è una questione di “noia”, perché le attività di condivisione sono molteplici ma, come in qualunque forma di apprendimento, richiedono un livello minimo di sforzo e attenzione.

E qui entrano in gioco due termini: attenzione e memoria.

Ormai sono facoltà ridotte ai minimi termini (per la stragrande maggioranza) e se non si interviene al più presto, a breve, avremo adulti che non sapranno neanche più andare a fare la spesa senza AI. In un gruppo eterogeneo e non "specialistico" si corre il rischio di attuare un lavoro frammentato, disordinato e con scarsi progressi e, di fronte all’incapacità di accettare un problema, il genitore, attribuendo la colpa a istruttori non adeguati a “formare il campione”, cerca di trovare “sollievo” in altri contesti sportivi riscontrando, purtroppo, le medesime problematiche. Nel gioco di squadra questo limite si ravvisa meno, poiché la forza del gruppo camuffa le inadeguatezze, e, frequentemente, gli istruttori fanno scorrere l’ora senza “impegno”, convinti che ormai “vada così”. Negli sport individuali diventa una richiesta di aiuto urlata e gli allenatori nutrono profonda frustrazione. E’ come avere di fronte caffettiere in ebollizione pronte a scoppiare alla minima richiesta di compiere un passo con delle regole. Diventa sempre più complesso e, nonostante gli innumerevoli studi, aggiornamenti e prove sul campo, l’allarme resta ad alto volume, tanto da risultarne distorto. Senza un patto educativo sport-scuola-famiglia sarà veramente dura riportare tutto in carreggiata. In ambito scolastico i piccoli sono "contenuti" su un sedia per molte ore al giorno, e diviene un vantaggio (vi sono altre difficoltà che non approfondirò in questo contesto), in ambito sportivo il movimento diviene esasperato.  Un consiglio mi sento di darlo: strappate dalle mani dei vostri figli quei maledetti cellulari! A 6-8-9 anni non hanno bisogno di tik tok o instagram. Hanno bisogno di esplorare, correre, respirare all’aria aperta, cantare, ballare e sperimentare il proprio corpo e le proprie abilità. Sono analfabeti di emozioni naturali, aiutiamoli a imparare a “sentire”. Si cresce troppo in fretta e...la vita non aspetta. Da qui nasce la domanda:
Quando Iniziare l'Agonismo?
Attualmente, risulta veramente difficile sostenerlo. L’avvio dell’attività competitiva dovrebbe avvenire solo quando il ragazzo ha raggiunto una sufficiente maturità fisica, psicologica ed equilibrio emotivo, evitando di anticipare i tempi con richieste troppo elevate. In generale, l’agonismo strutturato non dovrebbe iniziare prima dei 12 anni, perché prima di questa età l’obiettivo principale resta l’apprendimento motorio e la costruzione di una base ampia e diversificata. Una specializzazione precoce può ridurre il piacere di praticare sport, aumentare il rischio di infortuni da sovraccarico e favorire il burnout psicologico, con conseguente abbandono dell’attività. Al contrario, un percorso che valorizza la gradualità permette di consolidare tecnica, coordinazione e fiducia, rendendo l’atleta più preparato ad affrontare le richieste future. Questo nuovo disturbo psicomotorio diffuso, però, sta modificando anche i principi formativi nomenclati dalle scienze motorie. La percentuale di bambini “senza regole” è altissima all’interno di un gruppo di allenamento e, purtroppo, anche l’atleta più predisposto subisce il rallentamento cagionato dal modus di gruppo. Principi fondamentali:

    • Progressione graduale — Ogni carico di lavoro deve aumentare in modo lento, controllato e coerente con il livello di crescita del ragazzo.
    • Individualizzazione — Non tutti i bambini e gli adolescenti crescono allo stesso ritmo, quindi l'allenamento deve tenere conto di differenze biologiche, emotive e motorie. Rispettare le caratteristiche individuali significa proporre obiettivi realistici e costruire percorsi più efficaci e sostenibili nel tempo.
    • Varietà e multilateralità — Esporre i giovani a esperienze motorie diverse aiuta a sviluppare un repertorio più ricco e adattabile. La varietà favorisce coordinazione, creatività e capacità di apprendere nuovi gesti, ponendo basi solide per qualsiasi disciplina sportiva.
    • Qualità prima della quantità — Nei percorsi giovanili è più utile eseguire pochi movimenti ben fatti che accumulare molte ripetizioni scorrette. Questo significa che possa passare molto tempo prima di compiere progressi.
    • Divertimento e motivazione — Il piacere di allenarsi è un fattore decisivo per mantenere costanza e partecipazione nel tempo.
    • Recupero adeguato — Il riposo è una parte essenziale dell'allenamento, perché consente all'organismo di adattarsi e consolidare ciò che è stato appreso.

Alla base di tutto questo, però, deve esserci predisposizione all'apprendimento e collaborazione del gruppo educativo familiare e sportivo. L'allarme resta alto e si spera in un cambiamento di rotta. La maggior parte degli allenatori svolge questo lavoro proprio per amore dello sport e con risorse economiche davvero marginali. Il rischio è che anche l'allenatore più appassionato possa "gettare la spugna" e decidere di intraprendere percorsi di allenamento più mirati, personalizzati e motivanti. Significa perdere importanti occasioni di crescita per tutti. Lavoriamo, insieme, per fare un passo indietro e ritornare a ciò che è giusto: per loro, per noi. Ripartiamo da qui.

“Non si può giocare davvero a nessun gioco se si sa in anticipo di vincere sempre.” M. Recalcati

Istruttore Multisport
Preparatore Atletico

Direttore Responsabile

Chiedi all'esperto di
La salute NON può essere un’opzione




Città dell'Infanzia
Ente affiliato a
Editore: APS Città dell'Infanzia C.F.92072340729
Direttore Responsabile: Serena Gisotti
© Copyright 2025
Torna ai contenuti