Quanto ci piacciono le BRUTTE notizie? Vincono su quelle positive e vi spiego il perché...

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Quanto ci piacciono le BRUTTE notizie? Vincono su quelle positive e vi spiego il perché...

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Moscatelli in PSICOLOGIA · 18 Luglio 2021
Tags: fakenewsnotizie
Perché abbiamo la tendenza a focalizzare la nostra attenzione più sulle “cattive” notizie che sulle “buone”? E perché noi per primi parliamo spesso di eventi spiacevoli o addirittura drammatici?
Dalle catastrofi naturali alle guerre, dagli incidenti alle pandemie, dalle recessioni economiche agli eventi di cronaca nera, siamo continuamente esposti a informazioni “brutte”. Ci “nutriamo” di esse, abituati oramai a usare un linguaggio più “nero” di quello della cronaca stessa. Da informazioni  positive, confortanti non rimaniamo ugualmente “colpiti” e così le condividiamo e le diffondiamo molto meno.
E’ quasi un modo per convincere - noi stessi prima ancora che gli altri - che il mondo sia peggiore di quello che pensiamo. Contribuiamo a creare un effetto “a valanga” perché  le informazioni negative, messe in fila una dietro l’altra, offrono uno specchio deformato della realtà, un’idea negativa, distorta e sbilanciata del mondo. Pensiamo che ci sia soltanto quello, che nulla di buono ci circondi o possa accadere.

C’è una tendenza insita nell’essere umano a rimanere più colpito dal male, da parole che definiscono qualcosa di negativo.

Parlare e sentir parlare tutti i giorni, a tutte le ore, di guerre, terrorismo, rapine, stragi però è deleterio perché queste parole invadono  e lasciano una traccia nelle nostre menti anche se al di sotto della soglia della coscienza.
Registriamo continuamente un mare di informazioni drammatiche in modo solo apparentemente distratto e disinteressato: tutte le informazioni che ci “bersagliano” vengono “assorbite” suscitando emozioni intense che influenzano le nostre azioni. E anche quando ci facciamo “promotori” di buone notizie sono troppo poche per compensare quell’effetto dirompente e contagioso suscitato da eventi spiacevoli o drammatici.

Cosa accade nella nostra mente quando “ci esponiamo” a racconti “neri”?

Nella maggior parte dei casi quelle negatività generano ansia in chi diffonde oltre che in chi riceve le notizie: rivolgendo ad esse i pensieri se ne diventa vittime.
Se in alcuni si attiva il desiderio di fare qualcosa, di agire per alleviare la sofferenza altrui, altre volte invece a predominare è il senso di impotenza per quello che accade. Si scatenano così emozioni di paura, odio, angoscia, diffidenza, rassegnazione, fino all’anestesia emotiva, per difesa. Proviamo a indossare una corazza protettiva per non farci colpire: la perdita di empatia e compassione, il distacco, diventano l’arma che permette di mantenere più o meno saldo il proprio equilibrio emotivo. La mente prova a mettersi al riparo come se, allontanandosi emotivamente dalle negatività, si riducessero le possibilità di trovarsi coinvolti in situazioni del genere.
Ma perché anche nell’ascoltatore c’è la tendenza a non porre un freno? Perché si lascia travolgere completamente anche dai particolari più terribili, più dannosi per la propria salute mentale di un fatto?



Prendiamo le nostre paure recondite e, trasferendole, proviamo a liberarcene: il racconto di “tragedie” ci aiuta a trarre un “sospiro di sollievo” facendoci pensare che le nostre difficoltà siano più gestibili rispetto a quelle altrui.
Al tempo stesso pensare e parlare di eventi drammatici sembra prepararci ad affrontare quell’evento nel caso in cui accada a noi.
Si tratta in realtà di strategie che, se nel breve periodo possono avere un effetto catartico, nel tempo incidono negativamente sul nostro equilibrio mentale.
E’ nostro potere invece scegliere su cosa focalizzare l’attenzione, consapevoli degli effetti che ogni scelta comporta. Questo non significa coprirsi gli occhi per non vedere, ma guardare dove questo può portare; riflettere sui risultati utili e funzionali per la nostra emotività piuttosto che rispondenti soltanto a un’abitudine illusoria di controllo.
  
Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale e Familiare

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