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Non abbiate PAURA di PIANGERE: le emozioni spiegheranno ciò che le parole non dicono

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Moscatelli in PSICOLOGIA · 12 Febbraio 2021
Tags: piangereemozionibenessere
Liberiamo le nostre emozioni, sfoghiamoci, “lasciamo andare” tutto quello che sentiamo, anche attraverso il pianto. Tutti, uomini o donne, grandi o piccini, dovremmo concederci la possibilità di esprimere - seppur in forme idonee - quello che proviamo, sia che si tratti di emozioni di dolore che di gioia. Trattenere o addirittura negare emozioni e pensieri non soltanto non è utile ma non è neppure funzionale: rischiamo che i nostri vissuti emergano tutti insieme, come un’improvvisa esplosione di un vulcano, causando danni ancor più grandi.
L’idea di liberarci però sembra essere in contrasto con quanto tante volte ci sarà capitato di sentirci dire: da bambini, o quando eravamo più grandicelli, almeno una volta ci sarà stato detto che non dovevamo piangere per non sembrare “piccoli” e fragili.
Ancora nella nostra cultura, apparentemente così evoluta e all’avanguardia, non si è superata l’idea che piangere sia un’espressione emotiva piuttosto che un atto di debolezza da evitare a tutti i costi. Piangere, sin dal momento della nascita, rappresenta, invece, uno strumento di comunicazione. Se inizialmente è un modo attraverso il quale da piccoli esprimiamo i nostri bisogni e, come tale, viene accettato e accolto dagli adulti che ci accudiscono, quando cresciamo viene quasi demonizzato, soprattutto se a farlo sono i ragazzi.



In questo modo si trasmette loro l’idea di non essere legittimati a esprimere quello che sentono. Ma quegli adulti, ai quali da bambini è stato insegnato che non dovevano piangere, potrebbero sentirsi confusi, sbagliati, perché si sono sentiti dire che così com’erano non andavano bene.
Ancor prima di venire al mondo, nel momento in cui i nostri genitori conoscono il nostro sesso, quasi automaticamente, diventiamo vittime di stereotipi, veniamo spinti a conformarci a delle regole che confermano e rafforzano la nostra appartenenza a un genere o all’altro. Così, dal momento della nascita, siamo indotti a seguire delle regole, delle “strade”: dalla scelta dei giocattoli ai vestiti, dai comportamenti da assumere all’espressione delle emozioni.

Lo stereotipo in sé non ha un’accezione negativa, ma aiuta a muoversi in una certa società, a individuare un ordine.

Noi tutti, come esseri umani, abbiamo bisogno di avere delle regole, di aderire a delle convenzioni che ci aiutano ad orientarci, ma in molti casi rischiano di rappresentare un limite. Diventano un’etichetta alla quale dover aderire per forza, pena il sentirsi rifiutati dal nostro stesso contesto di appartenenza.

Il processo di crescita rischia così di essere fortemente condizionato: è vero che biologicamente nasciamo maschi e femmine, ma diventare uomini e donne è tutt’altro.

Il pianto invece è un linguaggio emotivo universale, è una caratteristica degli esseri umani. Le lacrime sono preziose come perle perché comunicano quello che sentiamo: servono ad esprimere quel groviglio di emozioni che può esser difficile tradurre in parole. Non c’è alcuna reale motivazione per cui si possa sostenere che piangere sia “da femmine” e non “da maschi”, esistano “cose” da maschi e altre da femmine e questa distinzione, spesso così netta, incide profondamente sulla storia di vita di ciascuno di noi.

Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale e Familiare

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