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Indimenticabile Gigi Proietti: la prima cosa che si insegna ad un attore è proprio quella di essere VERI pur stando su un palco

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Pubblicato da Dott.ssa Beatrice Chieppa in MUSICA E TEATRO · 26 Novembre 2020
Tags: musicaproiettiteatro

Cari lettori, doveroso da parte mia, in una rubrica nella quale cerco attraverso personali esperienze artistiche, il punto di vista educativo e formativo, la mia decennale ricerca nel campo, rendere omaggio a uno straordinario Maestro di vita e di arte: Gigi Proietti.  Benché la sua indiscussa maestria di artista camaleontico e istrionico quale è stato si sia distinta in diversi campi, è nel Teatro che il suo talento è stato capace di fare sua la più grande verità e al contempo la più grande illusione: la finzione teatrale - “più sono bravo a fingere, più il pubblico è bravo a credere alla finzione”-. E il Teatro Gigi Proietti lo ha amato di un amore viscerale fino alla fine. “Chi fa questo mestiere deve amare in modo sacro il proprio lavoro” affermava con forza specie nell’ultimo periodo, momento storico particolarmente critico per l’arte in genere e in modo specifico per il Teatro, unica espressione artistica in grado di tenere unite le persone in un immenso afflato, lacerata per forza di cose nella sua identità e istituzionalmente ignorata, considerato l’elevato costo di un biglietto, privilegio per pochi. Si crucciava del fatto che in molti non ne potessero usufruire privati ingiustamente della magia che, solo su un palcoscenico o negli attimi immediatamente prima l’apertura di un sipario, si potesse respirare.
Il Teatro, un gioco antichissimo, che pone le sue radici nella notte dei tempi e che Gigi Proietti trasmetteva con destrezza sopraffina insieme alla naturale predisposizione all’arte scenica che possedeva innata, tanto da fargli interrompere, giovanissimo, gli studi alla facoltà di giurisprudenza a soli sei esami dalla fine.



I suoi esordi lo vedono cantante e musicista esibirsi nei night club della capitale, prima di seguire il corso di mimica del Centro Universitario Teatrale tenuto da Giancarlo Cobelli, che nota subito le sue qualità di musicista e lo scrittura per uno spettacolo d'avanguardia da lui diretto, “Can Can degli italiani” (1963). Non voglio dilungarmi nella sequela di successi che di lì a poco segnarono la sua brillante carriera e che sicuramente una ricerca su internet saprà fare meglio di me, voglio solo ricordare i mille volti di un artista a tutto tondo che non ebbe bisogno di frequentare accademie:

lui, Gigi, aveva l’arte impressa nel DNA e da bravo trasformista fu alternativamente tutto e ciascuna cosa insieme- attore di teatro, cinema e tv, regista, doppiatore, direttore artistico, musicista, cantante, cabarettista, trasformista, scrittore, poeta e grande affabulatore.

Abile, passava dall’uno all’altro ruolo con eccezionale naturalezza, esperto nella finzione teatrale a tal punto da dialogare con lo spettatore sul filo di una giocosa empatia sulla quale puntava molto: fondamentale il ruolo attivo del pubblico e lo speciale legame che si crea con l’attore. La prima cosa che si insegna a un attore è proprio quella di essere “veri” pur stando su un palco: un’arte, ma soprattutto, oserei dire, una scommessa con se stessi, un intimo colloquio con la propria interiorità grazie al quale ci si conosce e per mezzo del quale si comunicano pezzi di vita altrui che finiscono con l’appartenerci. Notevole la carica drammatica, ma è in quella comica, di cui conservava gelosamente il mistero, che si distingue collezionando i maggiori successi. Mi piace ricordarlo nel “Lonfo”, un magnifico “non sense” che però ritrova tutto il “senso” nella sua mirabile interpretazione, capace com’era di vestire di profondità ogni cosa con l’unicità della sua mimica e della sua voce: un sottile limite, impercettibile, tra realtà e illusione che però facevano tutt’uno con la forza della sua bravura e insieme del suo essere.

Insegnante, attrice teatrale

Continuate a seguire .
Un sipario che si apre sulla vita…
                   



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