DAD: io, DOCENTE, in tutta onestà, non ci sto capendo più niente. Aiuto!

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DAD: io, DOCENTE, in tutta onestà, non ci sto capendo più niente. Aiuto!

Cittadellinfanzia
Pubblicato da Dott.ssa Beatrice Chieppa in DIDATTICA E DINTORNI · 2 Maggio 2021
Tags: dadscuoladocenti
“Cari docenti, sul serio credete che la vita su Marte possa essere possibile? E che tic, tac, toc, dad, did, ded, ddi, dde, ddc, ddl, ddm, non siano forse che semplici onomatopee, prestate dai grandi Rodari e Piumini  e che sia stato tutto uno scherzo?”.      
Non faccio in tempo a scrivere quello che sarebbe dovuto essere l’incipit della mia accorata lettera, che immediatamente rimango intrappolata negli acronimi di sopra, trasformatisi a un tratto in intermittenti segnali in codice rosso...un incubo senza fine! Samuel Morse, sì proprio tu, tu sei il responsabile di tutto quello che stiamo vivendo: tu, sei stato il primo che con il tuo alfabeto hai inventato un modo per comunicare a distanza! Ti odio! Quei punti e quelle linee combinate cominciavano a sostituire una parola, un’infinità di punti e di linee delle frasi, miliardi di combinazioni stavano per fiumi di conversazioni in tutto il mondo. Una vera rivoluzione! E quando si tratta di scoperte, il progresso non può che registrare  decisivi passi in avanti e miglioramenti del nostro stile di vita, ma un cauto “se” e un sensato “ma” sarebbero stati auspicabili, se non altro per non vederci catapultati dall’oggi al domani in mondi paralleli, costretti di prima mattina, abbacinati e sonnolenti, a dover scegliere tra una pillola rossa e una azzurra. E di pillole ne abbiamo inghiottite a tonnellate e continuiamo a inghiottirne, e mentre le ingurgitiamo c’è chi pensa che i codici e le intermittenze siano una possibile strada! Pazzesco! “Alfa chiama Beta”, mentre Gamma irradiato e con gli occhi spalancati, non ha più le orbite e i suoi occhi, come i suoi pensieri, sono schizzati via in un mondo che non si trova certamente su questa faccia di Terra, ma nell’universo del: “ci sei?” o “ci fai?”.
Questo universo lo abbiamo scoperto da poco ed è… misteriosissimo.
L’universo del “ci sei” o “ci fai” non è molto distante dal nostro e pare sia popolato da tanti minuscoli pianeti di poco più piccoli di una “nana”, tutti vicini tra loro. Su questi pianeti c’è vita.

Vi racconto una giornata tipo degli abitanti di un piccolissimo pianeta di questo stranissimo universo.

Premetto: avete presente le “capsule hotel” giapponesi? Vivono proprio in case così, dove lo spazio sembra non essere necessario, e tutto è comodamente telecomandato con movimenti muscolari ridotti al minimo indispensabile. Ma loro non ne sono coscienti o, meglio, lo sono, ma solo per un po’, perché ogni mattina, subito dopo il risveglio, sono soliti indossare - avete presente i dispositivi vr, quelli che ci spediscono direttamente in paradisi perduti, senza che nemmeno possiamo accorgercene? - bene, proprio quegli occhiali lì, che gli abitanti di un pianeta qualsiasi dell’universo del “ci sei” o “ci fai” utilizzano nella loro routine quotidiana.



Hanno gli occhi opacizzati, ma loro li credono trasparenti e in questo modo conducono la loro giornata. Il tempo per questi strani esseri scorre in senso contrario, mi spiego: un grigio mattino invernale può sembrare un tranquillo pomeriggio estivo; una serata primaverile può trasformarsi d’incanto in un mezzogiorno nevoso, e costruire pupazzi di neve sull’Himalaya o assistere a un’aurora boreale prima del riposo notturno, magari sgranocchiando pop corn mentre si guarda “Figli di un Dio minore”, non è mai stata operazione più naturale. Sui pianeti di questo universo, come avrete ben capito, tutto è possibile. Questi abitanti, come tutti gli esseri viventi, necessitano dei fondamentali bisogni primari. Mangiare, bere e dormire sono, però, centellinati in dosi limitatissime, perché non possono perdere tempo: sono individui laboriosissimi e molto impegnati…e serissimi. Le uniche sole parole che pronunciano sono proprio, strano a dirsi: “ci sei? Ci fai?”, tutto il giorno così, e in queste semplici e stringate parole sono condensate tutte le loro emozioni che implodono spesso e qualche volta esplodono anche, e quando questo accade sono cavoli amari!
“Cari docenti”… ma cosa stavo scrivendo… non ricordo più…di sicuro qualcosa di molto importante… se solo  riuscissi a togliere questi dannati occhiali, forse potrei ricordarmene…mi avevano promesso che ci avrei visto meglio… e invece, il buio più totale…
Qualcuno mi aiuti!

Insegnante, attrice teatrale     

Continuate a seguire .
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