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“Non c’è più la MUSICA di una volta …”: siamo davvero sicuri che le canzoni di ieri siano migliori di quelle di oggi?

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Pubblicato da M° Marco Corcella in MUSICA E TEATRO · 12 Gennaio 2021
Tags: musicaqualitàartistiincompresi
“Le canzoni di oggi tutte uguali, canzonette senza valore con quattro accordi che non si ricordano. Prima invece…!”.        
C’è qualcosa che accomuna Ligabue, quello famoso delle venti canzoni con quattro accordi, agli AC-DC o gli Oasis, che con quattro accordi e una batteria azzeccata, hanno costruito una carriera ed una intera discografia, a Fabrizio de André, anche lui abbonato ai suoi fedelissimi quattro accordi, e si può continuare con decine di esempi.
“Non c’è più la musica di una volta!”
Tra l’altro, “una volta”, si diceva che la musica migliore era quella passata, e così via; c’è sempre un “prima” da ammirare, che è sempre meglio dell’”oggi” alquanto scarso. E sono affermazioni comuni al ‘700, ‘800, ‘900, ma non che con altri termini, dal Medioevo fino al ‘600 in poi, non siano andati giù pesanti con le critiche.
Quindi prima, era diverso? No, prima era uguale, come lo è sempre stato.
Se viaggiamo un po’ nella storia della musica, scopriamo che Vivaldi è uno che “non ha scritto quattrocento concerti, ma quattrocento volte lo stesso concerto”, per citare l’ironico signor Igor Stravinskij, così come anche Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi, campioni dell’opera italiana, scrivevano decine di brani d’opera con i famosi quattro accordi tutti uguali, addirittura in alcuni casi come in Rossini, auto plagiando interi brani cambiando il testo.
Ma non c’è proprio nulla di male in tutto questo.

Perché la cosa che accomuna tutti questi artisti si chiama “marchio di fabbrica”, lo stesso che ci fa distinguere Caravaggio da van Gogh o da Monet, è la “zampata dell’artista”.

Il “marchio di fabbrica” è “la squadra che vince e non si cambia”, fatto di suoni, di come si combinano tra loro, concetto che si traduce musicalmente in arrangiamento e orchestrazione, di come questo mix arriva al pubblico e lo rende pericolosamente “commerciale”, altro aggettivo abusato.
Già, “la musica di oggi è commerciale, invece prima…”.


“Prima” come detto sopra, era uguale, come lo è sempre stato.
Se la musica non fosse stata commerciale, cioè non avesse fatto vendere biglietti, o permesso laute ricompense (anche non laute, basta che fossero ricompense), Vivaldi sarebbe morto di stenti prima e Ricordi non avrebbe perso tempo a fare l’editore, e oggi forse non ci ricorderemmo né di Rossini, né di Verdi.
Invece, il “marchio di fabbrica commerciale” ci fa cantare Ligabue, ci fa riconoscere i travolgenti finali rossiniani, ci fa immediatamente navigare tra i canali della Venezia di Antonio Vivaldi, ci fa sentire orgogliosamente italiani con Verdi, ci offre scariche di adrenalina con Angus Young & Co., ci fa rimanere a bocca aperta con la poesia in musica di Faber.  
Ecco allora che i quattro accordi funzionano: l’artista vive per il pubblico e quando trova la chiave per avere il suo pubblico, a poco valgono le critiche.
Quattro accordi vanno più che bene.

Musicista  e Insegnante di Chitarra  

Continuate a seguire “Musica e teatro”.
Un sipario che si apre sulla vita..                       



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