IL PERDONO. Seconda parte

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IL PERDONO. Seconda parte

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Per concludere l'argomento legato al Perdono intendo ricordare la filosofa Hanna Arendt  che, occupandosi  del processo di Norimberga (che intendeva fare chiarezza sui crimini compiuti contro l'umanità durante il regime nazi-fascista) e, affrontando il male nella sua banalità, dà al perdono un valore secondo me altissimo, sia dal punto di vista filosofico che religioso. La Arendt afferma, infatti, che perdonando la colpa al soggetto agente, lo rimetto nella condizione di agire nuovamente libero dal peso del malfatto e, così facendo, restituisco a quel soggetto la vita e lo faccio rinascere. Non sentire il peso della colpa per non sentirsi inchiodato...ma tornare a vivere: meraviglioso!
Anche Lacroix  afferma che se i fatti non sono cancellabili, non si può modificare ciò che è stato fatto, si può cambiare il rapporto del colpevole con la sua azione: egli non è più identificato con essa. Ciò che siamo è diverso da ciò che abbiamo fatto.
Questo può avvenire se la vittima o un suo rappresentante lo riabilitano all'azione. In caso contrario, la colpa verrebbe a irretire l'agire umano, se non vi fosse il perdono.
Mi vengono in mente adesso tutte le richieste di perdono e le scuse pubbliche che si sono susseguite in questo ultimo trentennio a livello storico politico.
E' recente la richiesta di perdono da parte di grandi autorità ecclesiastiche a Galileo Galilei; recente anche l'istituzione de" La commissione per la libertà e riconciliazione", tribunale speciale del Sudafrica nato con l'obiettivo di richiedere e concedere (se possibile) il perdono per azioni svolte  durante l'apartheid; non ultima la riconciliazione tentata e realizzata da OBama con Cuba.
Derrida ha dedicato attenzione a questa tematica del Perdono politico, ritenendo che  queste forme di perdono e riconciliazione non sono attendibili, poiché il colpevole che si pente non è più colui che si rese colpevole, solo la vittima può perdonare.
È dunque necessario il confronto diretto, un rapporto personale tra vittima e carnefice. Viene presupposta la mediazione della Coscienza della  vittima, la sola ad essere autorizzata a perdonare.
Da sottoporre ad attenzione anche la differenza, analizzata e discussa da Jankélévitch tra perdono e scuse.
La scusa si dispiega solo nei confronti di una determinata classe di atti, mentre il perdono, invece, esiste come perdono proprio di ciò che non può essere scusato, indipendentemente dalle condizioni in cui è avvenuto il crimine e indipendentemente dal crimine stesso.
Perdonare non è la semplice presenza di scusa con l'ammissione dell'errore.
Ricoeur dirà invece che è  necessario comprendere il divario esistente tra profondità della colpa e altezza del perdono, per averne piena consapevolezza.
Il vero perdono è un rapporto personale con l'altro, è un dialogo non è un monologo e, per questo, comporta dei rischi, sia per il colpevole sia per colui che perdona.
Quest'ultimo infatti accetta il pericolo dell'ingratitudine. Concludendo, il perdono, dunque, presuppone oltre che la memoria, la coscienza ,la pluralità, dato che nessuno può perdonare se stesso nella solitudine (Arendt, Vita activa. La condizione umana- pg 175), perchè questo sarebbe un"atto privo di realtà, nient'altro che una parte recitata davanti a se stessi". Dunque, se abbiamo commesso un malfatto non bastano le scuse; serve l'ammissione della colpa; è necessario un dialogo; una pluralità. La coscienza del reo si inchini a quella della vittima...si orienti a vedere nel tempo a venire un impegno a non reiterare... La vittima si inchini al colpevole e si riconosca nella stessa natura...una natura in potenza capace del male.



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