Roosvelet, Hemingway, Hitler: cosa hanno in comune questi famosi personaggi? Ebbene hanno in comune
un'infanzia un po’ “sui generis”. Il trentaduesimo presidente degli Stati Uniti e il famoso
scrittore vestivano con abitini rosa in cotone e lunghi boccoli biondi; entrambi cresciuti fino all'età scolare come femminucce. Tra le righe del diario del biografo Kenneth Lynn si legge che la madre di Ernst,
personalità potente autoritaria e virile non soltanto vestiva il famoso scrittore come la sua sorella maggiore ma aveva creato e determinato il Lui una situazione di dipendenza: per molti mesi lo aveva tenuto con sé nel letto consentendogli di accarezzarla E tenerlo attaccato al suo seno. Anche Hitler è cresciuto con figure genitoriali alquanto particolari, ma che alla luce di ciò che oggi conosciamo della moderna pedagogia sicuramente figure criticabili. Sua madre, 23 anni più giovane di suo padre, uomo autoritario e burbero, subirà spesso angherie e percosse sotto gli occhi del giovane Adolf. La madre è descritta a tratti amorevole, a tratti anaffettiva. Ciò determinerà nel giovane Adolf un bisogno di accudimento che sfocia nel delirio di onnipotenza realizzabile solo nella regressione alla primissima infanzia. Comprendiamo in parte, quello che che poi, è avvenuto nel periodo della seconda guerra mondiale. Tutto questo per dire che ogni bambino porta con sé per sempre le modalità di accudimento genitoriale e queste ultime determineranno le modalità di relazione che il
bambino attuerà nel sociale. Il principale problema è da ritrovare nell'immaginario materno che costruisce già dai primi momenti del concepimento l'immagine del
futuro bambino ed è questa idea immaginifica, irreale quella che dobbiamo immediatamente seppellire. E' vero, molte donne nel periodo della gestazione sognano di vasi, di scatole, di valigie, perchè è di questo momento è l'idea di accogliere di tenere dentro. Ogni mamma costruisce mentalmente il bambino dei suoi sogni e delle sue speranze e con l'immaginazione si spinge fino a prefigurarsi come sarà a un anno o da adulto. In prima istanza sarebbe opportuno, dunque, elaborare il lutto del "bambino immaginario" il più presto possibile, per dare avvio a una soddisfacente relazione primaria che permetta al "bambino reale" di crescere in armonia e sintonia con l'ambiente che lo circonda. Ma se questo sembra avere in sé una portata negativa, è pur vero che come dice Lacan, nel volto della madre il bambino vede se stesso e si nutre di questa immagine. L'amorevolezza materna nutrita dell'immaginario, nutre il bambino. A sostegno di questa ipotesi vi sono ormai le moderne scoperte delle Neuroscienze, le quali ci insegnano che, questi momenti di intimità, stimolano una parte del cervello chiamata "limbic brain" (cervello o Sistema limbico) che è la sede dei collegamenti cerebrali responsabili delle emozioni e il cui esercizio rende la persona progressivamente in grado di avere reazioni corrette al contatto alla vicinanza fisica ai
sentimenti altrui e soprattutto di attivare l'Ormone della crescita. Interessante a questo proposito è un esperimento del 1200. L'imperatore Federico II, all'inizio del 1200, tentò un crudele esperimento sui neonati. Racconta Salimbene da Parma (Cronica, par.1664-1665) che i bambini venivano nutriti e lavati, senza che nessuno potesse parlare loro, né cullarli, né cantare nenie, ma l'esperimento fallì miseramente, perché i piccoli, lungi dal manifestare una "lingua spontanea", morivano tutti (cfr. L. Cantoni, N.Di Blas,
Teoria e
pratiche della comunicazione, Apogeo, Milano 2002, p. 72). Se è vero che la
mamma è dunque un bene necessario, naturalmente lo è anche il padre che si trova a vivere sensi di esclusione, vissuti ambivalenti preoccupazione per la situazione di estrema fragilità della
madre. C'è un bambino ora tra lui e la sua donna, dentro la sua donna, non sarà più come prima. Nasce un bambino, nasce una triade.
Dunque, RIFLETTIAMO sul valore della genitorialità , smettiamo di investire i nostri figli dei nostri sogni, del nostro eccessivo amore e accudimento. Lasciamoli ESSERE. Nei miei laboratori di pratica filosofica io spesso permetto al bambino di esprimersi liberamente, sospendendo il giudizio e soprattutto ascoltando.
Solo così possiamo permettere la e la correzione di certe storture educative.