Esseri figli di genitori INFELICI e depressi. Quanto può pesare questo fardello?

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Esseri figli di genitori INFELICI e depressi. Quanto può pesare questo fardello?

Cittadellinfanzia.it
Pubblicato da Città dell'Infanzia in PARLIAMO DI... · 4 Giugno 2021
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La vita si costruisce sulle relazioni. Non tutte sono buone, non tutte sono serene, non tutte sono costruttive. I problemi maggiori si riscontrano quando, in famiglia, il rapporto tra coniugi, burrascoso, instabile e talvolta distruttivo, diviene il “perno” di tutta l’esistenza in esso contenuta. Quando mancano problemi economici, i motivi del disagio divengono psicologici e sociali. Spesso una coppia si ostina a restare insieme “per il bene della famiglia”. In verità, quel bene raramente si raggiunge. I figli divengono, per anni e anni, spettatori inconsapevoli (da bambini) e consapevoli (da adolescenti) di una quotidianità bellica in cui sindromi depressive gravi, trattate farmacologicamente, di uno e istinto da “Croce Rossa” dell’altro si alternano in un gioco perverso dal quale nessuno ne esce vincitore. Le generazioni precedenti sono le maggiori vittime sacrali di questo rebus psico-sociale a causa di stereotipi che, come macigni, sancivano la donna “angelo del focolare domestico” e l’uomo “pater familias”. Lei: “Ti sei improfumato per andare al lavoro eh? Io, intanto resto qui a fare la castellana!”; lui “Perché non vai in palestra un po’?” – lei: “A fare che? Lo sai che non sto bene!” (mai bene); lui “facciamo un viaggio?” – lei: “Solo noi? Senza amici? Per fare che?”. Frasi che si alternano senza sosta, in modo parossistico, recanti verità urlate ma mai tradotte. Momenti di serenità...rari, sbiaditi e quasi difficili da ricordare.

Il ruolo della donna non dovrebbe essere limitato all’accudimento della prole. Per logica di natura quella prole, prima o poi, spiccherà il volo e se non si è stati in grado di costruire un “io” che faccia palpitare il cuore in altra direzione, la caduta in picchiata diviene quasi certa.

L’uomo, d’altro canto, dovrebbe prevedere che la vita ricondurrà alla “coppia”, e se solide fondamenta non saranno state edificate, il castello di sabbia crollerà. Cosa accade quando l’età avanza e i figli intraprendono il proprio cammino e costruiscono nuove famiglie? Bella domanda. La morbosità genitoriale, incapace di vivere all’interno della propria inadeguata relazione, farà ricadere sui propri figli fallimenti, depressione e isolamento sociale. Come un buco nero, quotidianamente, i figli verranno ingoiati in – lei: “Sto male, sto male, non mi capite” – lui: “Questa è la mia vita.” “Stai lavorando? Non sappiamo dove andare, veniamo a starci un po’” – “Che andate a fare lì? Ai nostri tempi noi non facevamo questo” – “Da quanto tempo non vediamo i nipoti!” (senza che nessuno impedisca di andarli a trovare, ma non coincidono gli orari con le loro abitudini, come mettersi nel letto alle 18). Si prova, allora, a proporre attività, frequentazioni e novità, ma tutto rimbalza. Neanche i nipoti riescono a rischiarare un cielo ingolfato di nuvole. Giorni identici, intrisi di lamenti incastrati tra chiamate continue a medici e prescrizioni, che scorrono come un fiume di sogni infranti e senza obiettivi. In tutto questo i figli, con vite complicate, tempo a disposizione, anche solo per se stessi, quasi inesistente, ansie, stress, lotte alla sopravvivenza nelle relazioni e nel lavoro spesso, inconsciamente, avvertono la “colpa” di avere una vita. Giungono perfino a nascondere i momenti di felicità, come se questi urtassero la suscettibilità di una esistenza genitoriale “trascinata” dalla corrente.  Ci vuole tanta, troppa forza d’animo. Il catapultarsi di getto nelle proprie problematiche, divenendo quasi impermeabili a quello che accade al di là della propria volontà  e dei propri cancelli, diviene un autentico stratagemma di sopravvivenza. Certo, qualche volta il senso di colpa prende il sopravvento, e induce i figli a chiedersi se possano realmente essere di aiuto o fare qualcosa di più. Tuttavia, ripiomba, poi, il peso delle responsabilità nei confronti della propria, attuale famiglia, e ci si rende conto che ammettere la propria umanità e fallibilità è un passo essenziale per non crollare. L’esserci sempre e nonostante tutto, anche quando vorresti essere ascoltato o ricevere tu un “come stai?” è già un enorme impegno.



Ti costringe a silenziare i tuoi sentimenti e irrefrenabili pensieri. Vorresti urlare la tua verità, ma la soffochi cacciandola nell’angolo più profondo della tua anima. E’ un lavoro quotidiano, costante che si apprende sul campo di concentramento della sopravvivenza e che, in qualche modo, fortifica e, giunti a 40, 50 anni, non sei più un ragazzino, hai l’amara e lucida consapevolezza che si è e si costruisce l’avvenire in base alle proprie scelte. E’ essenziale che i figli siano felici e se la relazione genitoriale non lo permette, bisognerebbe avere il coraggio di dire “stop”. Non si sarà giovani per sempre, e se si avrà la fortuna di giungere ad una Terza Età in buona salute, mai abbandonare sogni e orizzonti.

C’è sempre una nuova alba da scoprire, un nuovo mondo da esplorare, un nuovo sogno da realizzare … a qualunque età. Lo si potrà fare solo apprezzando la vita e vagliandone le infinite possibilità.

Vivere nella certezza che “il punto” sia solo una pausa per cominciare un nuovo, straordinario capitolo. La felicità è contagiosa e non può che generare altra felicità. Care generazioni precedenti, SIATE VIVI e ONESTI con voi stessi! I vostri figli meritano la vostra e la loro serenità.

Facciamoci contagiare e vita sarà.


Redazione di Cittadellinfanzia.it

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