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Pubblicato da Dott.ssa Beatrice Chieppa in MUSICA E TEATRO · 23 Gennaio 2020
Tags: teatroletteraturapersonaggi
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Gianni Rodari e il celeberrimo scrittore per l’infanzia è il tema che ricorrerà, di frequente, nei miei articoli, anche e soprattutto per parlarvi di teatro.
Sì, perché quando si chiama in causa Rodari, non si può non tener conto della vasta letteratura teatrale per l’infanzia di cui egli stesso ne è stato l’autore.                             
Tempo fa, in un mio articolo, per introdurre lo stretto parallelismo esistente tra fiaba e teatro, citai una nota fiaba di Andersen, “Il vestito nuovo dell’Imperatore”, e la sua trasformazione in testo teatrale ad opera, proprio, di Rodari. Per quanto si stesse parlando della stessa fiaba, testo narrativo e testo teatrale, però, non sono la stessa cosa. Si tratta di due scritture differenti e di due letture, che si riconoscono, certo, l’una nell’altra, ma sono completamente diverse.
Cosa rende un testo teatrale unico nel suo genere? Se volessimo rispondere a questa domanda con una sola parola, sceglieremo, tra le tante, sicuramente, questa: AZIONE.

I personaggi a teatro raccontano non solo con le parole, ma anche e soprattutto con il  corpo e con la voce.

I personaggi a teatro si possono vedere, sono lì davanti ai nostri occhi e non sono immaginati come possano esserlo quelli di un racconto ascoltato o letto: si veda la preponderanza di un altro elemento, essenziale, perché un testo teatrale esista: i dialoghi. La narrazione sta tutta sulla scena e in tutto quello che i vari personaggi possano trasmettere attraverso le relazioni che si intessono, man mano, tra di loro, il cosiddetto “rapporto” e nella “motivazione”, quel “perché”, che, come filo invisibile, è sotteso per l’intera durata del dramma. Tornando alla fiaba di Andersen e a quella teatrale di Rodari, voglio porre l’attenzione sul modo in cui un racconto viene reso sulla scena. Il protagonista è un imperatore, il cui punto debole è la sua vanità e la passione nel vestirsi, sempre, con gli abiti più sontuosi ed eleganti che possano esserci.


La prima domanda che ci si pone a teatro è questa: in che modo possa comportarsi un imperatore vanitoso?
La vanità è la caratteristica che lo definisce, più di tutte, e sulla scena sono i suoi movimenti, il suo  modo di guardare, il suo tono di voce, il suo incedere ecc… a dover trasmettere allo spettatore il senso del racconto e il motivo stesso per il quale l’autore ha sentito la necessità di scriverlo.

La differenza risiede tutta qui: un testo teatrale, per quanto possa essere letto, deve essere, necessariamente, drammatizzato, perché di esso se ne possa apprezzare l’essenza, e la sua essenza consiste nel suo “farsi”svolgimento reale, dove palpiti, emozioni, pathos devono essere “visti”.

Tutto concorre a questo “farsi”: personaggi che si muovono, scenografia, musiche, pause rese attraverso un movimento che, all’improvviso, si stoppa, un cambio di luci, il buio in sala, da un cambio di scena e di scenografia. Formidabile è la tessitura del vestito invisibile, confezionato con aghi e filo invisibile, su telai invisibili dai sarti truffatori: e qui ci si potrebbe divertire nel rappresentarla, dove l’abilità consiste nel far parlare quello che non c’è e non esiste. Non sembra anche a voi che il Teatro stia tutto qui? Esso è quel gioco di “finzione” che, in modo mirabile, si fa e diventa reale sotto gli occhi di tutti e la fiaba di Andersen fornisce un valido pretesto che Gianni Rodari, nella sua trasposizione, ha ricreato in modo formidabile e che la mano di un regista, potrebbe rendere ancora di più.

Insegnante, attrice teatrale

Continuate a seguire “Musica e teatro”.
Un sipario che si apre sulla vita…
                        



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