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Sei dentro MATRIX. Ma non è più un film, stai morendo e non sei un divo di Hollywood

Cittadellinfanzia
Pubblicato da in MUSICA E TEATRO · 7 Novembre 2019
Tags: matrixvirtualeinternet
Cari lettori, ora provo a fare un esperimento: partire da una proiezione cinematografica che ha ottenuto un successo planetario tanto da aver avuto ben quattro Oscar e un meritato riscontro anche in fortunate trasposizioni teatrali, soprattutto musical, ed arrivare a parlare di filosofia, nello specifico di Platone, per poi giungere ai giorni nostri e discutere di un serio fenomeno sociale che ha, letteralmente, modificato il nostro modo di comunicare e di relazionarci. Che ne dite? Cominciamo: Matrix. Nel 1999 per la regia di Andy e Larry Wachowski, giunge in tutti i cinema un film che ha presagito, purtroppo, quello che sta accadendo e ciò che si avvertiva già da molto. Dal latino matrix, (matrice) che ha dato origine al termine inglese matrix (matrice di numeri), nel film in questione, il protagonista assoluto è una sorta di cyberspazio o realtà simulata creata dalle macchine.
“Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.
Questa citazione, tratta dal film, è ciò che Morpheus, un famigerato “pirata virtuale” ricercato dalle autorità, dice a Neo, pseudonimo di Thomas A. Anderson, un cittadino modello di giorno e un hacker molto attivo di notte, tanto da commettere i più illeciti informatici possibili. Intrappolato in un mondo irreale, Neo, l’eletto, riuscirà, solo verso la fine, a distruggere completamente ciò che fino a quel momento lo aveva irretito: il mondo di Matrix, quello virtuale e simulato.
Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci (Morpheus accende un televisore e mostra immagini del nostro mondo): il mondo com'era alla fine del XX secolo e che ora esiste solo in quanto parte di una neurosimulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo”.  “Sai qual è la verità? Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.”
Mi fermo qua. Ora tutti noi siamo messi di fronte a una scelta: pillola azzurra o pillola rossa?      

Cosa intendiamo fare da questo momento in poi? Rimanere nel mondo delle meraviglie o svegliarci da un lungo torpore dove tutto è rimasto per troppo tempo intorpidito?

A Neo fanno male persino gli occhi e non è un caso: tutto, compresi gli occhi, non è stato mai usato. Neo è rimasto imbrigliato in una realtà immaginaria che non è mai esistita, è solo simulazione creata dalle stesse macchine per le quali ci si è votati, un brutto scherzo del destino che le ha volute dominatrici e gli uomini, burattini nelle loro mani. 1999.



Per essere un film realizzato una ventina di anni fa, ci sembra che abbia profetizzato, sin troppo bene, la realtà attuale. Ma c’è chi lo ha fatto molto tempo prima: Platone e la filosofia occidentale. Il filosofo ateniese con il suo “mito della caverna”, ha anticipato ciò che, purtroppo, secoli e secoli dopo si è verificato: la schiavitù e l’impossibilità a liberarsene a causa della grande assuefazione alla quale tutti, siamo stati sottoposti. Siamo come quei prigionieri che sin dalla nascita, resi schiavi, sono stati portati nelle profondità di una caverna, costretti a fissare un muro che proietta l’ombra di passanti, percorrere una strada eretta tra un grande fuoco alle loro spalle e i prigionieri stessi. Platone intuì l’enorme difficoltà da parte di uno di loro, qualora si fosse liberato dalla schiavitù, a convincere tutti gli altri che, ironia della sorte, avrebbero finito con il credere che la realtà possa essere più fittizia della finzione. A questo punto vorrei concludere con una riflessione, un interrogativo sollevato da alcuni amici con i quali si discuteva della grande, grandissima popolarità, oggi, dei social: perché si trascorre il proprio tempo più collegati e connessi che non per strada? Perché si rimane nell’anonimato di una apparente virtualità e meno tra la gente?                               

Risposta: il virtuale è più interessante del reale.

Insegnante, attrice teatrale

Continuate a seguire .
Un sipario che si apre sulla vita…
     
 
               



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