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QUEL DOLORE DA "SUICIDIO"... TI RACCONTO LA SOFFERENZA DI CUI NESSUNO PARLA

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Pubblicato da in PENSIERI E PAROLE · 8 Gennaio 2019
Tags: cefaleagrappolonevralgiatrigemino
Il dolore. Cosa è il dolore? Tutti, più o meno, nel corso della vita, sperimentano l’incontro con questo nemico. Può essere forte, lieve, parossistico, lancinante, in qualunque forma esso si presenti è l’esperienza che l’essere umano non vorrebbe mai inserire tra i grani del rosario della propria permanenza su questa terra. Il dolore, fisico o psicologico, è in realtà un grillo parlante che ci spalanca le porte della vera essenza di ogni cosa. Ci permette di pensare, osservare ed elaborare un tracciato di ciò che, nel proprio imprevedibile percorso, deve divenire priorità. Oggi vi parlerò di un dolore spesso ignorato perché non conduce alla morte.

Tuttavia un dolore può, seriamente e atrocemente, compromettere l’esistenza stessa rendendola una prigionia. I mostri protagonisti di queste righe sono la cefalea a grappolo e la sua compagna di avventure, nevralgia del trigemino.

Io sono uno dei "fortunati" personaggi di questo racconto gotico (la cefalea a grappolo colpisce più gli uomini in un rapporto 3 a 1) che ha potuto viverle entrambe nella loro sagace, incommensurabile e feroce barbarie. Non a caso quando si parla di “grappolo”, il termine “suicidio” popolarmente vi si accosta. Un dolore bruciante, trafittivo, spesso paragonato a un trapano incandescente. Io l’ho definito, ironicamente, negli anni (grande compagna di viaggio, l’ironia) il “coltello di Freddy Krueger dimenticato nel mio lobo”, rendendo omaggio agli "acini" che partono in fase REM. Sono associazioni mentali assolutamente fedeli e provate a chiedere a un individuo che convive con queste bestie purulenti di raccontarvi il suo cammino… sarete immersi in uno dei resoconti più agghiaccianti che neanche Stephen King saprebbe convertire in narrativa. L’istinto primario è quello di sbattere il cranio contro il muro nella speranza di estinguere, definitivamente, quelle pulsazioni mefistofeliche. Molti sono i contributi Google sull’argomento, pochi, quasi nulli, sulla prospettiva di chi vive questo castigo dantesco. Da qui la necessità di svelare come sopravvive un “prescelto” grappolato. Non riconosciuta come patologia invalidante poiché, nel mio caso, “episodica” (pare la giurisprudenza si stia muovendo per tutelare quella “cronica”), in verità, è profondamente e irrimediabilmente compromettente, tanto da porre, il malcapitato, nell’infausta condizione di temere di uscire anche per una banale “spesa” (sempre che non si abbia una bombola di ossigeno a portata di mano, ma immaginatene il suo utilizzo alla cassa del supermercato! Meglio desistere). Primo attacco di grappolo nel 1996, il pellegrinaggio santo di medico in medico, negli anni, per capire di che natura fosse, resistendo a qualunque tipo di antidolorifico e invisibile a qualsivoglia tac o risonanza, giunsi nel 2007 alla diagnosi acclarata ufficiale dopo un bell’attacco nel cuore di Amburgo e un secondo a S. Pietroburgo (già, non conosce sosta geografica). Di anno in anno i miei grappoli erano diventati “familiari” e i triptani, supportati da un’immancabile bombola di ossigeno accanto al letto, mi facevano compagnia per ben due grappoli (periodi di durata cefalea) all’anno. Dal 2014, con immunoterapia a base di medicina cellulare  del “santo subito” Dr. Rath (info), la cefalea a grappolo pare, dico pare, aver preso le distanze dal mio flagellato corpo ma, proprio quando credevo nel blu dipinto di blu e in paesi dalle mille meraviglie, ecco comparire, nel 2016, una trepidante e impavida nevralgia del trigemino di natura “post erpetica”. Differente nella genesi e nel trattamento ma con lo stesso dolore, intenso tanto da voler penetrare con le dita nell’occhio per strapparlo e buttarlo via. Ecco, un Herpes Zoster che, tra tanti luoghi su cui posare i suoi infausti erpeti, scelse proprio la zona trigeminale. Sei mesi di antivirali e pregabalin hanno reso la mia vita quotidiana decisamente più audace. Sì perché, in realtà, per la nostra categoria la malattia è davvero un lusso e bisogna scendere a patti col dolore per non arenarsi in strettoie senza uscita che come epilogo prevedono solo isolamento, un portafoglio tagliato a metà e una famiglia allo sbando. Quindi col mio sorriso sempre presente, mai affievolito, imbottita di “Big Pharma” sono andata avanti.

Non mancavano e non mancano mai (sono evergreen) le espressioni del viandante sornione di turno come “beata te”, “e chi ti fa male, a Te…” che, tralasciandone la correttezza grammaticale, confondono quel sorriso-approccio-alla-vita come goliardia estrema di chi viaggia sul treno paradisiaco della totale assenza di disagio. Di idioti è pieno il mondo e per chi ricopre un ruolo sociale, gli incontri ravvicinati con questi bipedi vacanti è all’ordine del giorno. Ultimamente ne traggo molti spunti per le mie analisi di natura antropologica che riverso, pedissequamente, nel mio lavoro. Soprattutto dopo la nuova visita del male trigeminale, a distanza di due anni, che mi riporta alla luce tutti gli assiomi accumulati nel tempo e la voglia incontrollabile di evincerne un plot narrativo che ne sancisca una verità ineludibile:

l’essere umano è profondamente incapace e atrofico e solo la presenza del dolore o disagio reale può generare desiderio di evoluzione e sfida delle leggi instabili del tempo per lasciare un segnale di immortalità.  

Non è un caso che i più grandi capolavori della letteratura, le più importanti scoperte scientifiche, le più straordinarie opere umanitarie … siano state per mano di uomini e donne traghettati sul fiume della sofferenza. Nel mio piccolo cerco di rendere il mio passaggio su questo refugium peccatorum leggermente meno inutile provando a lasciare un messaggio. La sofferenza vissuta in questi anni ma che, paradossalmente, non mi ha mai impedito di portare avanti i miei obiettivi, credo sia stata un’importante chiave di volta nelle mie vedute e nei miei orizzonti. Non mi interessa la mediocrità, sono saccente nei confronti della banalità, non mi pervade alcun sentimento di disagio di fronte a giudizi non richiesti, non richiedo approvazione di chi reputo tre gradini sotto la mia percezione visiva e intellettiva, non bramo consensi di chi per campare calpesta l’altrui dignità, disprezzo chi si piega in cerca di brandelli di carne putrida come fosse oro, disconosco esseri che mercificano i sentimenti e la malattia... mi cingo di stupore, di ingegno, di competenza, di bramosia di crescita, di intenti di grandezza umana, di sana e ineluttabile follia. Ricordate che il sorriso è un’arma vincente, anche quando sentite che tutto sia controcorrente. Basta una dose di sana e autentica gentilezza per cambiare il mondo. Chi ricambia quell’atto di pura magia, è un eletto. D’altronde, in una partita a scacchi con il dolore, seppur “episodico”, quale pensi sia la vera vittoria?

A te, caro e distinto lettore, il seguito…

donna, mamma e...
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