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Quando accetti un compromesso muore parte di te stesso. Sei salvo o in catene?

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Pubblicato da in FILOSOFIA ED ETICA · 17 Gennaio 2019
Tags: compromessirelazionecoppiainfelicità
Chi legge i miei articoli sa quanto sia specifica del mio operare la ricerca dell'etimologia delle parole, poiché in essa si celano spesso le essenze  dei significati, esaustivamente chiarificatori delle stesse parole. Oggi vorrei interrogarmi sulla parola compromesso, termine di origine latina che viene dalla associazione di due parole cum-promissus, ossia obbligato insieme. Vista in questa prospettiva, accettare un compromesso può indicare un senso di obbligatorietà ed accettazione di posizioni e prospettive essenzialmente contrarie alla nostra posizione di partenza.

Il significato usuale che noi attribuiamo a questa parola, quindi, è leggermente travisato.

Personalmente ho sempre attribuito a chi riesce ad orientarsi verso la posizione del compromesso una profonda valenza positiva riconoscendo un’assenza di rigidità, una malleabilità; ho sempre pensato che il compromesso permettesse ad entrambe le parti coinvolte di mantenere la propria posizione smussandone però solo piccoli aspetti. Ravviso, invece oggi, nel significato di obbligato insieme un’assenza di quella prospettiva positiva precedente, perché il compromesso in qualche modo rappresenta l'abbandono, il crollo di una propria personale posizione. È l'accettazione faticosa della posizione dell'altro, in cui ognuna delle due parti rinuncia inevitabilmente a qualcosa che ritiene importante per abbracciare, a denti stretti, la prospettiva altrui.

Riflettevo dunque. Interroghiamoci su quanto sia produttivo nelle nostre relazioni vivere questa parola.

Mi ritrovo a pensare che avvenga , nel rispetto dell'etica del compromesso, la perdita dei propri personali principi dei propri personali valori, determinando, dunque, uno snaturamento del proprio sé. Tutto questo è molto importante se ad essere investito è il nostro sentire.



Se da una parte si determina un clima di fiducia reciproca nell'abbandono delle proprie posizioni, dall'altra domandiamoci se non stiamo per questo perdendo di vista noi stessi, la nostra integrità e, magari, un nostro valore. Se facciamo della nostra vita un continuo compromesso, se imponiamo alle nostre relazioni questo reciproco scambio, e lo sentiamo necessitato, stiamo attenti che non si stia determinando un profondo cambiamento nel nostro vero sé. Riconoscere dentro di sé la presenza di una irremovibile rigidità, può alle volte salvarci dal perdere noi stessi.

"Non ci rendiamo conto dei grossi cambiamenti perché sono il frutto di minuscoli e infiniti compromessi”. (Orhan Pamuk)

Counselor Filosofico     

                                                                                     
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