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Piange disperato? Tieni il tuo bambino in braccio! Non è VIZIO ma fame d’AMORE…

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Pubblicato da in PSICOLOGIA ·
Tags: maternitàgravidanzaallattamento
È giusto che i bambini stiano in braccio? La risposta è molto semplice in termini evolutivi: ! È una fame vera e propria, ma di vicinanza. Quello del contatto è un BISOGNO PRIMARIO, rientra cioè tra le NECESSITÀ VITALI come mangiare, bere, dormire…Questa semplice evidenza scientifica diventa molto controversa, nell’esatto momento in cui un bambino manifesta la volontà di stare tra le braccia dei suoi genitori; scatta una domanda comune e frequente:
    • sarà giusto?
    • crescerà viziato?
    • deve imparare a stare solo?
 
E se un genitore non si pone queste domande, qualcun altro si sentirà in dovere di consigliare, dai parenti ai passanti incrociati per strada. Ma in che momento scattano queste domande? Semplice, quando un bambino da 0 a 3 anni, ad esempio, comincia a piangere perché vuole stare in braccio ed il pianto cresce proporzionalmente alla nostra volontà, invece di lasciarlo nella culla, nel passeggino, semplicemente a terra.
    • “Stara piangendo perché l’ho “abituato” a stare troppo in braccio? “
    • “Temiamo duro e capirà che non può “spuntarla”, si calmerà!”
 
Inizia un circolo vizioso che purtroppo non considera le basi scientifiche dello sviluppo psicologico di un bambino.
Il pianto è il “richiamo del piccolo per il genitore al proprio ruolo”, in altre parole i bambini nascono dotati di questa capacità (il pianto) che non è altro che uno strumento per poter sopravvivere richiamando l’attenzione; pianto per fame, pianto per sonno, pianto per freddo/caldo e, quindi, anche pianto per assenza di CONTATTO. Il neonato, totalmente dipendente dall’adulto, riesce a sopravvivere soltanto se si garantisce la prossimità fisica con quest’ultimo. Quello che viene scientificamente definito in psicologia “legame di attaccamento”, dal quale dipende innanzitutto una sopravvivenza fisica e di pari passo una sopravvivenza psicologica.

Il bisogno di contatto se non soddisfatto crea una tensione prolungata, quelli che vengono erroneamente definiti capricci.

Bisogna sfamare un bambino, non soltanto alimentando la sua fame fisica, ma soprattutto la sua fame di calore umano.Coccolare e consolare tra le braccia un bambino è garanzia del suo sano sviluppo psicologico e non può in alcun modo essere messa in discussione da una cultura contemporanea che stigmatizza le cure parentali prossimali e giudica duramente i genitori che sentono, invece, di seguire il naturale istinto di assecondare i bisogni di contatto dei propri figli.


Dal film "Dumbo" - Disney 1941

I primi studi sulle conseguenze di uno scarso contatto con i bambini risalgono al XIII secolo e furono del tutto casuali. Lo storico del Salimbene de Adam racconta un esperimento ideato da Federico II di Svevia, che aveva il fine di comprendere quale fosse la lingua che un neonato avrebbe sviluppato naturalmente (ebraico oppure egiziano), senza aver mai ascoltato nessun tipo di linguaggio. Per evitare che le nutrici parlassero durante il contatto fisico per consolare o giocare, Federico II ordinò di limitare il contatto alla sola igiene, senza mai più toccare e parlare ai bambini.

Purtroppo NESSUN BAMBINO SOPRAVVISSE all’esperimento. L’assenza di contatto fisico e verbale li condusse fatalmente alla morte.

Successivamente, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, Spitz condusse per la prima volta uno studio con metodo scientifico sperimentalesu bambini abbandonati in orfanotrofio. Furono osservati 91 bambini a cui non venivano forniti contatti personali, ma soltanto alimentati. Dopo 3 mesi di carenza di contatti i bimbi svilupparono una grave apatia ed entro la fine del secondo anno di vita, il 37% dei bambini morì. I segni clinici erano simili a quelli di una carenza proteica tipica della denutrizione. I sopravvissuti furono duramente compromessi nello sviluppo motorio e linguistico.Un bambino che smette di piangere e di richiamare l’adulto al suo ruolo di consolazione e calore, quindi, potrebbe, in altre parole,rassegnarsi all’assenza di una risposta al suo BISOGNO PRIMARIO e gestire la propria tensione in solitudine e con i propri strumenti totalmente acerbi ed immaturi.Sosteniamo ed incoraggiamo, pertanto, al contatto tra genitori e figli, così come incoraggeremmo ad alimentarli in modo corretto.

“Se ci allontaniamo da un bambino che piange, facciamolo solo per prendere la rincorsa per abbracciarlo più forte!”

Psicologa -psicoterapeuta
Presidente Ass. Centro Orme Onlus

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