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Perché ancora oggi siamo così legati al Festival di Sanremo?

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Pubblicato da in MUSICA E TEATRO · 1 Settembre 2019
Tags: sanremomusicacanzoni
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Era il 29 gennaio 1951 e dal “Salone delle feste del Casinò Municipale di Sanremo”, irrompeva Nunzio Filogamo con la sua celeberrima frase di apertura: “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate!”. Con quella frase, divenuta presto simbolo e rimasta nei ricordi, non solo dei nostalgici, ma anche di chi ne avesse ereditato il racconto, il presentatore aveva dato avvio alla prima edizione del “Festival della Canzone” più amato dagli italiani e conferito alla manifestazione quel taglio internazionale che, anni dopo, la  caratterizzò. Lo spettacolo venne diffuso via radio, ma solo con l’avvento della tv, in un empito virtuale,   migliaia di ascoltatori, furono uniti dall’unica cosa che ne avesse ritemprato la mente, il corpo e lo spirito: la musica. Filogamo tenne a battesimo la kermesse per ben cinque anni, poi pare che con l’arrivo della televisione, ritenuto non propriamente fotogenico, l’abbandonò. Sì, avete letto bene: “Salone delle feste del Casinò Municipale di Sanremo”.
Il Teatro Ariston non aveva fatto ancora la sua comparsa e le prime edizioni del Festival si svolgevano nellintimità di un vero e proprio caffè con tanto di tavolini e camerieri.
Agli esordi pare non abbia registrato affluenza di pubblico che sembrava anche essere sparuto e scettico nei riguardi di un’esibizione che parlava, in fondo, solo di canzonette. In seguito, con l’aiuto della mediatica via etere, prima, e passando direttamente all’Ariston, poi, si ebbe la sua capillare divulgazione in tutte le case degli italiani e oltre.

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Non sapremo mai quale sia la ricetta di tanto attaccamento ad una manifestazione che, in fondo, è solo canora, ma ritengo che nel “Festival della Canzone Italiana” sia insito un fattore sociale molto alto, lo stesso che ci porta a cantare, in un afflato, il nostro inno nazionale. Il paragone non parrebbe, poi, così tanto azzardato: se pensiamo che siamo solo a pochi anni dal dopoguerra e che la nostra nazione, si stesse ricostruendo insieme a una nuova identità di Paese,l’evento avrebbe funzionato non solo come antidoto alle preoccupazioni, ma, anche e soprattutto, come emblema di quello spirito nazionalistico che oltre al vessillo, ora poteva contare sulla propria indipendenza da regie corone, espressione di democraticità di tutto il popolo italiano e non solo di una parte di esso.

Ma solo più tardi, tralasciando lo sfondo storico e politico che caratterizzò quegli anni, il Festival ritroverebbe, proprio, nell’esplosivo mix tra gossip, gara e passerelle, gli ingredienti ideali di tanta longevità.

Insegnante, attrice teatrale

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Un sipario che si apre sulla vita…
   
 
 
               



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