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PAURA di SOFFRIRE. Una PILLOLA potrà renderti davvero FELICE?

Cittadellinfanzia
Pubblicato da in APPRENDIMENTO · 6 Maggio 2019
Tags: depressionefarmacisofferenzadolore
L’uomo, per poter pensare e riflettere su se stesso e sulla vita, deve essere lucido e non imbottito di psicofarmaci, ansiolitici, antidepressivi, antidolorifici, tranquillanti che lo stordiscono, trasformandolo quasi in uno zombie privo di consapevolezza di sé e della realtà che lo circonda. Purtroppo, invece, nella società attuale, si assiste sempre più al crescente fenomeno dell’intervento medico-sanitario, ossia la medicalizzazione della vita e del dolore. La medicina, infatti, ha invaso tutte le dimensioni dell’uomo da quella fisica a quella psichica, fino ad arrivare a quella spirituale, rendendo la persona sempre più fragile, dipendente dai farmaci, incapace di assumersi la responsabilità della propria vita. La cultura eupsichica dello stare bene ed in salute ad ogni costo aumenta sempre più la paura di una malattia incombente, spingendoci ad affidarci ai vari specialisti per controllare ogni singolo organo del corpo; quindi c’è preoccupazione per la salute da un punto di vista tecnico. In questa visione tecnica della salute si perde il significato della sofferenza umana, del dolore (fisico, psichico, mentale), il cui modo migliore per capirlo, affrontarlo, farlo proprio e superarlo è concettualizzarlo, raccontarlo, descriverlo, attraverso il dialogo.

Il dolore, sia fisico che psichico, è un’esperienza fondamentale dell’uomo.

La sofferenza, la malattia, la morte sono aspetti costitutivi dell’essere umano e fanno parte della sua profondità ontologica; quindi non servono o servono poco gli antidolorifici e gli antidepressivi che costituiscono una modalità per fuggire dalla realtà. La medicalizzazione, invece, tende oggi ad eliminare il dolore dalla vita dell’uomo, addirittura a porre fine alla morte naturale privando l’individuo del proprio diritto di presiedere all’atto di morire. Lo sviluppo delle conoscenze biomediche ha reso più difficile anche definire il concetto di morte, separando la morte cerebrale dall’arresto cardiaco; così si distinguono due tipi di morte: la morte corticale, che interessa la corteccia cerebrale, sede della coscienza e dell’attività mentale, oppure la morte cerebrale totale, che interessa tutto il cervello, compresi i centri sottocorticali del tronco encefalico, che permettono sia l’attività della corteccia sia il mantenimento della vita vegetativa . L’intervento medico-sanitario e le scienze bio-mediche hanno purtroppo invaso anche il campo della sofferenza psichica e mentale, oltre a quello del dolore fisico, con somministrazione di psicofarmaci, antidepressivi, ansiolitici, etc. che creano nel soggetto una felicità artificiale e lo spingono all’inazione, portandolo a concentrarsi solo sul superamento del dolore del momento, ma rendendolo inconsapevole che il dolore e l’infelicità fanno parte della vita e non sono malattie da curare o dalle quali fuggire.

Oggi non si sopporta più il dolore e si cerca rifugio nelle droghe, o si ricorre agli antidepressivi, perché si ha paura di affrontare la vita, delegando a queste sostanze artificiali le domande sul senso della vita e del dolore.

La vita è fatta di scelte, di momenti felici e pieni di gioia, ma anche di momenti tristi e sono proprio questi ultimi a spingere l’uomo all’azione, a cercare delle risposte alle sue domande sul senso della vita, portandolo a migliorarla e ad orientarsi in essa, cercando la propria strada.
L’essere umano, infatti, per sua costituzione ontologica, è orientato ad andare oltre se stesso, verso l’infinito.


La felicità artificiale è una falsa felicità che impedisce di pensare autonomamente, di progredire nella vita e di cercare la vera felicità, forza motrice della vita. Quella artificiale diventa perciò pericolosa per l’essere umano, perché ne cancella i sentimenti, l’empatia, la capacità di riuscire a distinguere ciò che vogliamo da ciò che non vogliamo, come viviamo da come vorremmo veramente vivere, la capacità critica di valutare e comprendere le cose e le persone. Essa dunque nasconde all’uomo la sua caratteristica fondamentale che è quella dell’ontologia relazionale, la sua capacità di instaurare rapporti con se stesso, con gli altri, con il mondo. La felicità artificiale non permette all’uomo di riflettere sulla domanda che egli si pone da sempre che è il senso della vita e come bisogna vivere per sentirsi completi, gratificati, felici. La felicità è il fine ultimo della nostra vita e del nostro agire consapevole, delle nostre scelte, del nostro rapporto con gli altri, con i valori, con l’educazione, non di un agire vuoto sotto l’effetto di farmaci. A tale questione che riguarda l’aspetto spirituale dell’uomo, i medici-tecnici non sanno rispondere. Molte persone, cioè, non hanno ben chiaro quali siano i loro obiettivi, i desideri e i sogni. La medicalizzazione e la felicità artificiale non aiutano in questo. La salute, nell’attuale definizione dell’OMS, non consiste soltanto nell’assenza di malattie, ma nel totale benessere fisico, psichico e sociale dell’individuo. Quindi il concetto di salute non è più oggi un concetto solamente medico, ma riguarda anche il miglioramento etico-sociale, come afferma Ernst Bloch, per cui non si possono accettare più i limiti di una bioetica chiusa nel sanitario, che non prende in considerazione tutti gli aspetti della persona correlati fra loro (corpo, psiche, mente, anima, socialità, ambiente in cui vive) e dell’esistenza. Non si comprende che il disagio, l’angoscia, la noia, la tristezza, la malinconia, la paura, la disperazione sono categorie filosofiche e fanno parte dell’uomo, sono modalità dell’esistenza umana che si possono superare. Oggi sono diventate ansia e stress che si cerca di curare con la farmacologia.

Tutti vogliamo essere felici e non soffrire.

In questa ricerca della felicità, oggi si rischia di annullare la distinzione tra disagio e disturbo, delegando tutto all’intervento medico-sanitario e alla farmacologia. Distinguerli invece è fondamentale. Il disturbo è una malattia che si insinua nella mente in modo automatico, manifestandosi con un comportamento indipendente dall’esperienza, da eventi o stimoli esterni presenti nella realtà, generando di per sé malessere. Il disagio, invece, è una risposta intensa ad una relazione con l’ambiente esterno, quindi non è una malattia; diventa tale se viene medicalizzato, trasformandosi in disturbo. Del primo se ne occupano la medicina o la psicologia. Il secondo, invece, comprendendo tutte le problematiche di carattere etico e non tecnico, deve essere affrontato dalla biopedagogia e dalla filosofia che si interrogano sul fine dell’uomo, andando più a fondo della farmacologia e della felicità artificiale che si mantengono su un piano più superficiale. La rivoluzione, in questo senso, è rappresentata dalla consulenza pedagogica e filosofica il cui obiettivo è aiutare l’uomo a diventare consapevole di sé e a risolvere i propri problemi esistenziali.

Cfr. F. Bellino, Pensare la vita. Bioetica e nuove prospettive euristiche, Cacucci Editore, Bari 2013.

Pedagogista - Consulente Filosofico, Bioetico e Pedagogico

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