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Non esistono studenti di serie A e di serie B. Una vita non è un numero!

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Pubblicato da in DIDATTICA E DINTORNI · 24 Giugno 2019
Tags: scuolavotipagelle
L’anno scolastico è terminato con il tanto atteso momento della valutazione finale, un momento carico di tensione per docenti, studenti e genitori. Questo perché negli ultimi anni i voti sono diventati l’aspetto più importante della vita scolastica. Non si va più a scuola per apprendere, ma per prendere un bel voto. Poco importa sapere se gli studenti si siano interessati e appassionati a ciò che è stato fatto, se abbiano effettivamente interiorizzato le conoscenze acquisite o quali competenze si siano attivate e raggiunte. Tutto passa in secondo piano rispetto ai voti che sono diventati la priorità anche per i genitori, scatenando, soprattutto nei bambini, senso di insicurezza e timore di sbagliare. Mi è capitato di ascoltare genitori chiedere ai propri figli: “che voto hai preso?”, invece di “come è andata oggi?”, o vedere ostentati sui social i documenti di valutazione dei propri figli.
Qual è, quindi, la funzione della valutazione?
Nella scuola questa dovrebbe servire a stimolare l’alunno a dare di più, tenendo conto anche dello studio effettuato in aula e a casa.
Che succede però quando l’impegno non corrisponde al risultato ottenuto nel compito stesso? È giusto dire ad un alunno che nonostante il suo impegno non è riuscito ad ottenere un buon risultato, o piuttosto il messaggio che arriva è quello che in realtà è un incapace e non supererà mai le sue difficoltà, rischiando così di minare la sua autostima?

Dovremmo tornare ad una valutazione finalizzata alla conoscenza, allo sviluppo e al miglioramento dei processi educativi, ad una valutazione che descriva la progressiva acquisizione di conoscenze, abilità, competenze.

Dovremmo adottare un sistema di valutazione che tenga conto dell’atteggiamento che l’alunno assume nei confronti della scuola, se è interessato, se collabora con i suoi pari, considerando anche il contesto sociale e culturale in cui è inserito.



In conclusione, servirebbe una scuola interessata a conoscere lo studente per chi egli è, una scuola il cui compito fosse quello di suscitare i suoi interessi e le sue passioni, una scuola pronta a valorizzare tutte le sue potenzialità e a rispettare i suoi ritmi di apprendimento. Ma soprattutto, servirebbe una scuola fatta di insegnanti consapevoli che gli errori di valutazione sono sempre possibili e che qualche volta generano negli alunni conseguenze irreversibili.
Quando mi avvicino ad un bambino mi ispira due sentimenti: tenerezza per quello che è, e rispetto per quello che potrebbe diventare (Louis Pasteur).

Docente di Scuola Primaria

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