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Musica COUNTRY: tra leggende e falsi miti…

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Pubblicato da Dott.ssa Beatrice Chieppa in MUSICA E TEATRO · 21 Luglio 2020
Tags: countrymusicacanzoni
Musica country: ma cosa sappiamo di questo stile musicale? Propriamente nulla, se pensiamo solo a quanto vasta sia questa tipologia di musica e alla sua evoluzione per un intero secolo. Poco conosciuta, anzi sconosciuta ai più, è un vero simulacro, una sorta di altare per i critici musicali e tutti coloro che si occupano di storia della musica. Sì perché, pronunciare solo il nome di siffatto “genere”, basterebbe per aprire un intero universo che si cela nelle sue viscere. In un mio precedente articolo (LEGGI ARTICOLO), cito il pregiudizio radicato, tale da influenzare un’intera percezione e creare, involontariamente, un sillogismo che ha minato, alla base, la sua reale conoscenza: “musica country” uguale a  “vecchio west”.

La country music muove i suoi primi passi ad est, ma è l’ovest con le sue Montagne Rocciose ad essere raccontato nei film western e a fare incassi da capogiro, e poco importa se da un versante si è passati a un altro con una serie di inesattezze sia a livello storico che culturale, con il rischio di aver generato, tra le altre cose, una visione stereotipata e lontana anni luce dal suo esteso panorama musicale.

Un’operazione di ricostruzione, partendo proprio dalle sue origini, a questo punto, si rende necessaria, per restituire ciò che è stato ingiustamente sottratto. È proprio quello che intendo fare in questa sede, se pensiamo che a cominciare dagli anni ’20, il country parte da ulteriori musiche base, quali “Pop, Gospel Jazz, Blues e Folk”,  dando origine a una miriade di filoni, rami, stili, generi essi stessi, che popolano l’universo citato prima.


Ma cominciamo il nostro viaggio. Dall’Europa, sul finire del XIX secolo, tre persone sono in procinto di partire versoil Nuovo Continente: destinazione Appalachi. Si tratta di una giovane famiglia anglo-irlandese, che all’interno del suo povero bagaglio ha custodito  tre oggetti dal valore inestimabile: un violino, un mandolino e una chitarra acustica, protagonisti di un vero e proprio prodigio musicale, in un susseguirsi di incontri e commistioni, che risulteranno essere, nel corso del tempo, sempre più preziosi. Una cosa è certa: l’ “Old time”, quella iniziale musica dei “vecchi tempi”, segnerebbe l’inizio da cui quella famiglia ha rincorso i propri sogni, ed è proprio da qui che il nostro viaggio parte. Già, il sociale, a cui l’essere umano non può sottrarsi, è l’origine di ciascuna cosa, il viaggio che nutre. Dobbiamo essere grati a noi stessi quando viaggiamo e quando lo facciamo anche solo per vederci diversi in posti non abituali. Il cambio viaggio. In verità risiede proprio in esso e negli incontri, negli sguardi incrociati e negli scambi, nella comunicazione che crea, nelle parole e nelle note suonate e ascoltate, la linfa vitale da cui tutto nasce. La dimensione di prospettiva  è come se disegnasse nuovi percorsi: è da  tutto questo che dobbiamo partire per comprendere appieno il miracolo di un universo cosi variegato. Ma facciamo un salto, e con la macchina del tempo ci catapultiamo negli anni’40 -’50, tuffandoci nel “Bluegrass”. Genere della“country music”, conquista, presto, una sua autonomia. Rispetto alla musica precedente, rappresenta una vera rivoluzione: gli strumenti non suonano più insieme una melodia, ma ciascuno di loro, a turno, prende il sopravvento, improvvisando con variazioni sul tema, mentre gli altri lo accompagnano sullo sfondo. Ma ciò che lo connota è l’eredità della  cultura nera dei bluesman degli anni ’20. Ai tre strumenti si aggiungono il banjo a cinque corde e il contrabbasso con o senza canto. Più in là nel tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri, vedremo la comparsa della chitarra resofonica (squareneck o dobro) e, talvolta, l’armonica  a bocca (autoharp) e in alcuni casi la batteria, nonché le versioni elettriche degli strumenti a corda. Ciò che mi piacerebbe proporvi, cari lettori, tralasciando la storica e imponente discografia dei padri fondatori, dal grande Bill Monroe in poi, è un brano di Alison Krauss e Union Station, “Every Time You Say Goodbay”, il  giusto compromesso tra il bluegrass tradizionale e la grinta di una esecuzione fresca e contemporanea. Buon ascolto.

Insegnante, attrice teatrale

                                                                                     
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