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Lo sapevi che rischi il CARCERE se non presenti la Dichiarazione Dei Redditi?

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Pubblicato da in INFORMATIVE FISCALI E LEGALI · 29 Dicembre 2019
Tags: tassefiscocarcere
L'articolo 39 del decreto fiscale 124/19 (legge 157, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 24 dicembre 2019), ha portato il minimo della pena della reclusione, in caso di omessa dichiarazione dei redditi, da 1 anno e sei mesi a 2 anni ed il massimo della pena da 4 a 5 anni. Affinché si configuri tale ipotesi è necessario che l'imposta evasa sia pari almeno a 50.000 euro e che il Gip accerti gravi indizi di colpevolezza; rischio concreto di reiterazione del reato; pericolo di fuga; possibile inquinamento delle prove.
Quest'ultima modifica, infatti, ha risvolti pratici di non poco rilievo, se si considera che il codice di procedura penale, all'art. 280, per i delitti per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni ammette la custodia cautelare in carcere. Il divieto di espatrio, l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, fino agli arresti domiciliari, sinora preclusi per gli indagati di tale reato, potranno trovare applicazione. No, invece, alla confisca per sproporzione (confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza) per tali fattispecie, limitata ai reati caratterizzati dalla fraudolenza, quali l'uso di fatture false. Da non sottovalutare anche gli effetti della mutata pena per la dichiarazione infedele dei redditi o dell'Iva. Vengono ridotte le soglie di punibilità: il reato si configura in caso di imposta evasa superiore ai 100 mila euro (e non 150 mila) e in caso di elementi attivi sottratti a imposizione per un minimo di 2 milioni di euro. (e non 3 milioni come prima). Il limite minimo di reclusione passa da 1 anno a 2 anni di carcere e quello massimo da 3 anni a 5. Ciò detto, gli aumenti comporteranno anche ulteriore lavoro per la magistratura: infatti, fino a oggi, tanto alla dichiarazione infedele quanto a quella omessa si applicava sul piano procedurale quanto previsto per i reati il cui massimo edittale non superi i 4 anni di reclusione, ovvero il pubblico ministero che non intenda chiedere l'archiviazione cita direttamente l'imputato a giudizio, e quindi all'udienza dibattimentale. Ora l'iter si allunga, e il pm dovrà chiedere il rinvio a giudizio al gup, che solo all'esito dell'udienza preliminare, salvo non prosciolga con sentenza di non luogo a procedere, accoglierà la richiesta del pm e darà l'avvio al dibattimento.

Per evitare il procedimento penale e tutti i suddetti effetti che potrebbero derivarne, l'art. 13 dlgs 74/2000 prevede, infatti, la non punibilità di tali reati se i debiti tributari, comprese sanzioni e interessi, sono stati estinti con il ravvedimento operoso o la presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d'imposta successivo.

La regolarizzazione, però, deve essere spontanea, e cioè intervenuta prima che l'autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.



Pene più severe, infine, anche per chi utilizza fatture o altri documenti per operazioni inesistenti: le novità portano il limite minimo di un anno e sei mesi di reclusione a un minimo di quattro anni, e il limite massimo dei sei anni a otto. Se l'ammontare degli elementi passivi fittizi è inferiore a euro centomila, si applica, inoltre, la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. Per quanto riguarda, invece, il reato di omissione o distruzione di documenti contabili la pena passa da un minimo di 3 anni di reclusione a un massimo di 7 anni di reclusione.
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