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Il TEATRO a SCUOLA? Non c’è, è solo una gara tra chi RECITA più PAROLE

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Pubblicato da in MUSICA E TEATRO · 26 Aprile 2019
Tags: teatrodivismorecitaparole
In qualità di insegnante di scuola primaria ed esperto dei processi formativi legati all’uso del Teatro nella scuola, non posso non constatare una problematica relativa al concetto di “divismo” che viene allo scoperto in un qualsiasi progetto teatrale, pur ponendosi, quest’ultimo, come finalità precipua, l’utilizzo del linguaggio pluricodicistico, proprio di tale mezzo artistico, a servizio dell’educazione. Nel confrontarmi con colleghi, intuisco che l’approccio al linguaggio teatrale è, alquanto, sconosciuto ai più: l’estemporaneità è il riflesso di una scarsa formazione in tale direzione. Ma facciamo un passo indietro e collochiamo l’evento nel lontano XVI sec., quando l’ordine dei Gesuiti, nei primi decenni del 500, riserva al teatro uno spazio, piuttosto consistente, all’interno delle proprie scuole. Don Bosco, in un periodo successivo, ristruttura nel profondo il metodo ormai superato, didascalico e sentenzioso, avvertendo la necessità di avvicinare il teatro alla vita quotidiana e operando uno svecchiamento dalle centinaia di commedie e tragedie gesuitiche, rigorosamente recitate in lingua latina. Se a Don Bosco va il merito di aver aperto un varco verso il cambiamento, il teatro nella scuola, ancora oggi, nella forma più letteralmente “scolastica”, riguardante i numerosissimi saggi, esibizioni o “recite”, come vengono chiamate nei primi ordini di scuola, ahimè, conserva ancora quel sapore mnemonico e preconfezionato che si discosta dal modo più marcatamente espressivo.


Tanta parte della ricerca (a partire sin dagli inizi degli anni 50, per proseguire in quelli della contestazione scolastica e nel corso dei decenni successivi) pone questo modus al centro del fare scuola, coinvolgendo ciascuna sfera che concorra al completo sviluppo del bambino e alla sua valorizzazione.  Le ”recite”, che ancora imperversano e fanno sentire la loro voce, più che mai, pur nei tentativi talvolta ricchi di un certo pregio, si allontanano dall'intenzionalità propria del Teatro, riducendo, il più delle volte, l’intera espressione artistica alla sola “parola”, nel conteggio delle battute da assegnare ai bambini che devono recitarle per la gioia di tutti, genitori compresi.

È necessaria una distinzione che divida da un lato le esibizioni di fine anno scolastico, dall’altro un progetto teatrale che si prefigga specifiche finalità pedagogiche.

In tale panorama, nel momento in cui nella scuola si avvia un percorso teatrale con finalità educative e si affronta la messa in scena di un copione, emerge, sempre, quel “protagonismo” nell’assicurarsi un buon numero di battute da recitare e parti ritenute principali, sminuendo, in questo modo, il reale significato della parola “Teatro”. Lo stesso Don Bosco, considerando due delle quattro caratteristiche che contraddistinguono la trasformazione da lui avviata, riferite alla “semplicità” e al carattere meramente “ricreativo” del suo modo di fare teatro con i ragazzi, aveva, attraverso il gioco, allontanato ogni forma di “divismo”, divertendosi lui stesso con i bambini, dando spazio alla creatività e all’espressione e puntando l’attenzione non già sul risultato quanto sul processo.

Insegnante, attrice teatrale

Continuate a seguire “Musica e teatro”.
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