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IL SENSO DEL COMICO

Città dell'Infanzia
Pubblicato da in SPIRITO ARTISTICO ·
Tags: teaatrocaderecomicoriso
Nel descrivere, parlare, mi piace fare giri a 360°, comprendere e vedere panorami, saltare come si fa sulle pozzanghere e saltellando schizzare un po’ di quell’acqua come macchie di colore su una tela, fare tour iperbolici e, mentre passeggio, osservare tutto quello che durante il mio percorso vedo, ed infine ritornare al punto di partenza con un bagaglio di una moltitudine di cose viste che faccio mie e trasformo. Quando scrivo, più o meno, l’operazione è la stessa. Dal Grammelot del mio primo articolo, ho abbracciato per un attimo il concetto di risata (Dario Fo – commedia dell’arte), ma ho anche fatto un giro più largo stringendo la mano alla filosofia yoga e al benessere psicofisico del ridere. Anche in questo articolo voglio parlarvi di risata, ma da un'altra angolazione, quella strettamente legata all’uomo, al reale e al senso del comico, attraverso lo studio attento e scrupoloso che Henri Bergson ne ha fatto  nel suo saggio: “Il riso”.

Perché quando accidentalmente si cade, la reazione immediata di chi osserva tale sfortunato evento, è quella di ridere? Perché invece di preoccuparsi, si prorompe istintivamente in una bella risata?


Bergson ce lo ha spiegato nel suo saggio, delimitando la ricerca del comico in  tre osservazioni:
1.    “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”. “Un paesaggio potrà essere bello, grazioso, sublime, insignificante o brutto; non mai ridicolo. Si riderà di un animale, perché si avrà sorpresa in esso una attitudine d’uomo od un’espressione umana. Si riderà d’un cappello; ma non del pezzo di feltro o di paglia, bensì della forma che l’uomo gli ha dato, del capriccio umano di cui esso ha preso forma”.
2.    “Il maggior nemico del riso è l’emozione”.“Anime veramente sensibili accordate all’unisono con la vita, non conoscerebbero il riso. Ora distaccatevi, assistite come spettatore indifferente: molti drammi diventerebbero commedie. Non basta, forse, turare le orecchie al suono della musica, in un salone dove si balla, perché subito i danzatori sembrino ridicoli? Il comico esige dunque, per produrre il suo effetto, qualcosa come un’anestesia momentanea del cuore: si dirige alla pura intelligenza. Solamente tale intelligenza deve sempre rimanere in contatto con altre intelligenze”.
3.    “Noi non gusteremo il comico se ci sentissimo isolati”. Sembra che il riso abbia bisogno di un’eco. Il riso, per quanto schietto lo si creda, cela sempre un pensiero d’intesa, di complicità con altre persone che ridono. Per comprendere quest’ultimo punto, bisogna riportare il “ridere” nel suo ambiente naturale che è la società: l’idea direttiva delle ricerche compiute da Bergson.“Dove la persona altrui non più si commuove, là solamente comincia la commedia e questa comincia con ciò che si potrebbe chiamare l’irrigidimento contro la vita sociale. E’ comico qualunque individuo che segua automaticamente il suo cammino, senza darsi pensiero di prendere contatto con gli altri. Il riso è là per correggere la sua distrazione”.
Riassumendo, i principali caratteri del comico per l’autore sono: l’insociabilità, l’insensibilità, l’automatismo.                                                                                          
“In un difetto, in una qualità il comico comincia là dove il personaggio si dà in balia della sua incoscienza, compie gesti involontari o pronuncia parole incoscienti”.
Ecco spiegato perché assistendo ad una caduta accidentale, si ha come naturale reazione il ridere: chi cade si comporta esattamente come potrebbe farlo una marionetta; chi osserva, invece, ha una momentanea anestesia del cuore … il comico si dirigerà alla pura intelligenza.

– insegnante, attrice teatrale                  
                                                                                         
Continuate a seguire “Musica e teatro” . Un sipario che si apre sulla vita…
 
 
 
               



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