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I PRIMI CENT’ANNI DI LEONARD BERNSTEIN

Cittadellinfanzia
Pubblicato da in SPIRITO ARTISTICO · 21 Settembre 2018
Tags: bernsteinmusicateatroconservatorio
C’è un termine che sempre più spesso conservatori e retrogradi impiegano per liquidare sbrigativamente chi non la pensi come loro: radical-chic. Facciamo qualche esempio. Sei solidale con gli ultimi della terra, con coloro che fuggono dalla miseria, dalle bombe e dalla violenza alla ricerca di una vita decorosa? Sei un radical chic. Difendi il valore della cultura, ne rivendichi la capacità di migliorare le persone e, di conseguenza, di cambiare il mondo? Ebbene, sei un radical chic. Non sei d’accordo con i populisti, gli xenofobi, quelli che dicono “prima gli italiani/gli ungheresi ecc.”, quelli che anziché sforzarsi di cercare il dialogo con l’“altro” innalzano muri? Niente da fare, sei un radical chic. E via dicendo.
Ma quanti di quelli che adoperano questa definizione ne conoscono l’origine?
Pochi, non c’è dubbio. Ebbene, a coniarla fu lo scrittore americano Tom Wolfe (recentemente scomparso), intellettuale conservatore e con la puzza sotto al naso, cui va riconosciuto il merito di essere stato un osservatore impietoso della realtà occidentale. Correva l’anno 1970, e nel superattico newyorkese del celebre compositore e direttore d’orchestra ebreo Leonard Bernstein e di sua moglie Felicia Montealegre si dava una festa per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere, movimento rivoluzionario afroamericano di ispirazione marxista. Per Wolfe, Bernstein e i suoi amici artisti e intellettuali erano solo straricchi di sinistra che offrivano champagne a coloro che li avrebbero impiccati. Profezia un tantino esagerata, come la storia ha poi provveduto a dimostrare. Morale della favola: è facile atteggiarsi a paladini dei diritti dei più deboli dall’alto della propria ricchezza. Ma cosa ne sapevano Bernstein e i suoi compagni del “popolo” e dei suo reali problemi? Non che al “dandy” Wolfe, con i suoi abiti eleganti, le scarpe lustrate, il sussiego stampato sul volto, interessassero. Ma lui era un reazionario dichiarato, e dunque poteva permettersi di infischiarsene. Gli scrupoli di coscienza sono affare per i ricchi di sinistra. Eppure, se ci riflettete, quello che Wolfe diceva allora – e che recentemente ha ribadito a proposito dei «progressisti al caviale» che, a suo dire, avrebbero spianato la strada a Trump – non è tanto diverso da ciò che si dice ancora adesso degli intellettuali e delle persone di cultura (categoria oggi particolarmente invisa ai populisti): che “sono distanti dalla gente comune”. Se non fosse che a dirlo è quella stessa destra che – la Storia, sempre Lei, insegna – ha sempre fatto leva sulle paure e le frustrazioni del popolo senza mai far nulla di concreto per migliorarne le condizioni, quella stessa destra per cui, come ha scritto Michele Serra su “La Repubblica” del 5 gennaio scorso, «le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo com’è».
Oggi quella definizione ha perso buona parte della sua accezione originaria: radical chic non è tanto, o non solo, il “fighetto di sinistra”, radical chic è chiunque si rifiuti di pensare (se di pensare si può parlare) con la pancia, chiunque si appelli alle ragioni della cultura e del ragionamento, chiunque non ne voglia sapere di rinchiudersi entro un orizzonte ristretto ed egoisti. Un tempo li si chiamava, con un sorriso di sufficienza, “idealisti”.
Oggi, con una locuzione di sapore alquanto “vintage”, li si definisce radical chic, per l’appunto.
Comunque la si pensi in merito – personalmente preferisco che mi si affibbi questa odiosa etichetta, ma mi tengo stretti i miei ideali, quelli di un mondo migliore e privo di ingiustizie, dove tutti possano godere di uguali diritti, insomma quegli ideali che sono alla base di tutte le grandi battaglie e le conquiste civili degli ultimi secoli – resta il fatto che il primo a buscarsi l’appellativo di radical chic fu l’autore di West Side Story. Non male per una delle personalità più complesse e interessanti, più venerate e detestate del Novecento.
Che Bernstein fosse soltanto uno snob, che amasse atteggiarsi a paladino dei diritti della “gente comune” senza che averne la minima contezza, è una tesi davvero dura da mandar giù. Basti pensare al suo lavoro più celebre, il musical West Side Story (1957), per scoprire un ritratto vivido del sottobosco newyorkese, raffigurato attraverso la rivalità a sfondo razziale tra due bande di quartiere, i presunti americani dei Jets e gli immigrati portoricani degli Sharks. Ambienti degradati e violenti, quali non si erano mai visti sulle scene di Broadway, evocati da una musica ora languida, ora appassionata, ora aggressiva, per una vicenda d’amore e odio senza speranza. Attualissima, oggi più che mai. Lo scorso 25 agosto Leonard Bernstein avrebbe compiuto cent’anni. Per un approfondimento sull’uomo, l’artista engagé, il protagonista di tante battaglie civili, la vittima della “caccia alle streghe”, rimando al bel libro di Barry Seldes, Leonard Bernstein. Vita politica di un musicista americano, edito nel 2011 per i tipi di Edt. Ma anche a prescindere dal suo impegno civile – dal Vietnam alla celebre Nona di Beethoven diretta all’indomani della caduta del Muro di Berlino, con un’orchestra che riuniva i musicisti di tutto il mondo sino ad allora diviso, a mo’ di inno alla fratellanza e alla libertà dei popoli – tutta la sua attività musicale, come compositore e direttore, è attraversata da uno slancio etico straordinario.

Bernstein credeva nel potere educativo della musica, credeva che questa, in quanto potentissimo strumento di conoscenza di sé, potesse realmente cambiare le persone.


Si adoperò perché la lingua di Bach, Mozart, Gershwin e Stravinskij fosse accessibile a tutti e, cosa impensabile ai nostri giorni, riuscì a convincere la televisione americana a investire nei memorabili “Young People’s Concerts”, una serie di concerti destinati ai giovani (tra gli otto e i diciotto anni) dove egli stesso figurava in veste di autore, commentatore, solista al pianoforte e direttore della “sua” New York Philharmonic. Andarono in onda dal 1958 al 1972, e i migliori di essi sono stati trasposti sulla pagina scritta e raccolti nel volume Giocare con la musica, a cura di Jack Gottlieb (Excelsior 1881, Milano 2007). Oggi, oltre che radical chic, lo chiamerebbero “buonista”, come tutti quei musicisti – mi vengono in mente i nomi di Claudio Abbado, José Antonio Abreu e Daniel Barenboim – che hanno dedicato la vita a promuovere la conoscenza della musica tra i non “addetti ai lavori”, a fondare orchestre giovanili, a favorire il dialogo mediante l’arte. Per le sue idee progressiste e liberal  Leonard Bernstein fu tra i tanti nomi del mondo artistico e intellettuale americano a finire nelle liste nere della “caccia alle streghe”, uno dei capitoli più neri della storia di quel Paese. Dovette rinnegare i valori politici in cui aveva sempre creduto, solo così poté continuare a dirigere. Ma l’occasione per vendicarsi dell'umiliazione subita non tardò ad arrivare: e fu il celebre romanzo satirico di Voltaire, Candido. Ne nacque un autentico gioiello  teatrale, di cui vi propongo di ascoltare l’ouverture.  
Nelle intenzioni di musicista e della sua librettista Lillian Hellman – scampata a sua volta al “Comitato per le attività antiamericane” – l'adattamento musicale del Candido volteriano doveva essere un atto d'accusa contro ogni autorità costituita, regale, clericale o mercantile che fosse, intesa a privare gli individui della propria libertà. Non essendosi ancora spenta l’ondata del “maccartismo”, la cosa non poteva certo passare inosservata; e così il lavoro, andato in scena per la prima volta a Broadway il 1° dicembre 1956, si risolse in un tonfo clamoroso. Rimaneggiato infinite volte fino al 1989, Candide è uno di quei capolavori del teatro musicale impossibili da etichettare: un folle ibrido tra musical, operetta e opera in senso stretto.
L'ouverture si rifà alla struttura a “centone” tipica delle introduzioni dei musical, ma con una sapienza di elaborazione e contrappunto che rinvia piuttosto ai grandi modelli sinfonici europei. Ecco dunque sfilare le melodie di alcuni dei numeri più significativi dell'opera: dopo la fulminante fanfara d'apertura una rapida cascata di terzine (il tema di «The best of all possible worlds») introduce l'aereo formicolare del “tema dell'Ouverture”, seguito dalla fragorosa Battle music; il discorso prende una piega decisamente cantabile all'apparire dell'espansiva melodia di «Oh, happy we», prima del crescendo sul tema di «Glitter and be gay», dall'andamento di danza sempre più euforica che fa il verso alla famosa “Aria dei gioielli” del Faust di Gounod. A scandire la parata provvedono i periodici ritorni della fanfara, che ricompare prima dell'introduzione di ogni nuova idea, e dell'Ouverture-Theme, che dialoga con gli altri materiali in un contrappunto magistrale esaltato dalla brillante strumentazione.
La vicenda picaresca di Candido, condannato a errare di sciagura in sciagura, è mirabilmente prefigurata da questo pirotecnico tour de force orchestrale in cui si rispecchia l'infinita assurdità del mondo. Su di essa Bernstein getta il suo sguardo ironico e disincantato, ma sempre traboccante di amore per la vita.

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