Diritti umani - Cittadellinfanzia

Vai ai contenuti

Giornata Mondiale dei Prematuri. "Spera SEMPRE! Quel palpito guerriero potrebbe regalarti la vita! Ecco la mia storia…”

Cittadellinfanzia
Pubblicato da in LETTURA E RACCONTI · 17 Novembre 2019
Tags: prematurimaternitàsperanza
Il 17 novembre si celebra la Giornata Mondiale dei Prematuri (World Prematurity Day) e, per affrontare questo argomento, ho pensato che il modo migliore fosse quello di dar voce al racconto di una mamma, una donna coraggiosa che, a distanza di alcuni anni dalla nascita del suo bambino, ha trovato la forza di mettere per iscritto la sua esperienza.
«La nostra storia ha avuto inizio una mattina di luglio, quando, facendo il test di gravidanza, ho scoperto di essere madre. Sì, perché io sono diventata mamma nell’istante esatto in cui è comparsa la seconda linea sul test e ho scoperto di avere una piccola creatura dentro di me. Da quel momento in poi ogni mio pensiero è sempre stato rivolto al mio bambino e al suo benessere. I primi mesi di gravidanza sono trascorsi tranquillamente, senza avere nessuno dei disturbi tipici del periodo. Ero felice e fiera della mia pancia che stava crescendo, emozionata perché cominciavo a sentire il piccolo che si muoveva dentro di me. Poi una mattina, all’alba, tutto è cambiato. Quella mattina del 25 novembre è finita per me l’età dell’illusione, quella fase della vita in cui credi, ti illudi appunto, che nulla di male potrà mai accadere a te e alle persone che ami di più.

25 novembre, ore 4:00 del mattino, età gestazionale 24+1 (24 settimane e un giorno) si sono rotte le acque.

Quello che è accaduto dopo si può immaginare: smarrimento, dovuto alla totale mancanza di consapevolezza di ciò che stava accadendo, chiamata al ginecologo, corsa in ospedale.Quello che è più difficile da immaginare, e da spiegare, è come si senta una madre in quel momento. Mentre prendevo lentamente coscienza della gravità della situazione, leggendola negli occhi dei medici che mi visitavano, pian piano si sgretolava ciò che era stato fino ad allora il periodo più bello della mia vita. Io perdevo liquido amniotico, ma non avevo alcun tipo di dolore né sentore che stesse per nascere mio figlio. Il medico mi diceva che c’era una rottura del sacco, e aggiungeva: “La nostra priorità è la madre”. Per me quelle parole non avevano senso, perché io stavo benissimo e non avevo assolutamente bisogno di aiuto, la mia priorità era mio figlio e doveva essere anche la loro.

Poi un altro medico, più anziano, aggiunse: “Signora, lei è a 24 settimane, fino alla 23esima si parla di aborto, non di parto”.

Anche in questo caso, quelle parole non avevano valore perché io non stavo partorendo, io non avrei abortito. Smarrita e spaventata, sono stata ricoverata. Nessuno poteva dirmi con esattezza cosa sarebbe accaduto, bisognava solo aspettare.
E così, aspettando, sono trascorsi 42 giorni in ospedale.  



Ho avuto molte compagne di stanza, considerando che la permanenza media di ognuna di loro era di 3 o 4 giorni. Ogni volta che andavano via, io mi ritrovavo da sola a piangere nella penombra del primo pomeriggio. In realtà, allora non capivo bene il motivo per cui stessi piangendo, dato che la solitudine non mi ha mai spaventata, poi, con il tempo, ho capito: piangevo perché io ero lì inchiodata a quel letto da un tempo che sembrava infinito e non sapevo quando e se sarei riuscita a portare a casa mio figlio.
La sera del 3 gennaio (settimana gestazionale 29+4), i dolori che avevo avvertito il giorno precedente aumentarono, a mezzanotte il tracciato non segnava ancora contrazioni rilevanti. Non riuscivo a dormire, chiamai l’infermiera e la dottoressa di turno mi visitò: “Quelli che senti sono i dolori del parto, sei in travaglio”.
Avevo ascoltato tanti racconti del parto e adesso toccava a me, anche se il momento non era quello giusto, non potevo fermarlo.
Ero terrorizzata da ciò che sarebbe accaduto a mio figlio una volta nato. Le fasi del parto sono state rapide. In sala con me c’erano mio marito, un’ostetrica, la dottoressa e un grosso orologio sulla parete di fronte.

Ricordo il freddo, ricordo di aver visto l’ostetrica, immediatamente dopo il parto, correre verso un angolo della stanza, nascosto alla mia visuale, dove erano i medici dell’UTIN (Unità Terapia Intensiva Neonatale) lì pronti a prendere mio figlio.

Ricordo di aver sentito un miagolio. Un miagolio è stato tutto ciò che ho avuto di mio figlio subito dopo la sua nascita. È stato portato via senza che io potessi neppure vederlo da lontano. Una volta tornata in camera non avevo alcun dolore, solo un indescrivibile senso di vuoto. L’infermiera disse a mio marito che da lì a un paio d’ore avrebbe potuto vedere il bambino. Verso le 5:30 vidi mio figlio in foto. Non sembrava piccolo, e, a parte i tubicini che gli avevano applicato, non sembrava stare troppo male. Solo più tardi ho saputo che il primario aveva mostrato a mio marito la prima radiografia effettuata dicendo che i polmoni apparivano completamente bianchi, ovvero totalmente piatti e non funzionanti. Al mattino presto mi alzai. Non avevo nessun dolore. Una madre vera, a poche ore dal parto non deve riuscire ad alzarsi per il dolore dei punti, della lacerazione, invece io non ero stata in grado di portare a termine il mio compito.
Mio figlio aveva lasciato la mia pancia senza procurami alcun danno, piccolo come era. E di questo mi sentivo in colpa.
Vivevo in uno stato di trance, sembravo uno zombie, ero sospesa tra la vita e la morte.   
Verso le 10.00 del mattino, con mio marito, cercai di entrare per vederlo, scoprendo quello che poi sarebbe diventato parte di una triste routine, ovvero che gli orari di visita ai propri bambini erano estremamente rigidi. Iniziò a radunarsi una piccola folla di genitori, uno ad uno indossavano un camice verde monouso. Lo indossammo anche noi. La porta non si aprì all’ora prevista, ci dissero che c’era un’urgenza in reparto, quindi bisognava aspettare tutti fuori. Passò ancora mezz’ora, che a me sembrò davvero un tempo infinito. Poi entrammo. Fui inondata da un calore e un odore che non so descrivere, ma che non dimenticherò mai più. Mio marito mi teneva per mano, facendomi strada, lui era stato già lì la notte precedente. Percorremmo un lungo corridoio e a me sembrava di essere in una realtà parallela, un posto sconosciuto e inimmaginabile da fuori. Entrammo. Iniziai a vedere delle incubatrici che sembravano enormi rispetto ai bimbi al loro interno. Io cercavo con gli occhi di capire quale fosse mio figlio, con un senso di totale alienazione. E non riuscivo a pensare, mi lasciavo solo guidare da mio marito. Ricordo gli sguardi degli infermieri, tesi. Ricordo quei primi minuti in quella stanza, dove avrei trascorso in seguito tante ore, come una scena al rallentatore, come un tempo lunghissimo, finché arrivammo alla sua incubatrice, l’ultima in fondo alla stanza.

Non ho le parole per raccontare quello che ho provato in quel momento. Il mio bambino era lì, sofferente, aveva il tubicino dell’intubazione che gli teneva il labbro sollevato come se fosse un pesciolino legato all’amo ed era piccolo e gracile. Dietro la sua culletta c’erano enormi macchinari e quel bip-bip che allertava la bassa saturazione, che sarebbe diventato il mio incubo.

Non ricordo con chi parlai e cosa mi dissero, ricordo solo che piansi.



Tornata in camera, cercando di darmi un contegno, trovai un sacco di gente che era venuta a farmi visita, qualcuno aveva portato dei fiori, qualcuno dei dolci, come si fa quando c’è da festeggiare una nascita, ma io avevo la morte nel cuore, io sapevo cosa avevo visto. Finsi un po’, per non deludere nessuno. Il pomeriggio, tornai da mio figlio, così come avrei fatto tutti i giorni per i successivi tre mesi. Iniziai a parlare con i medici con un minimo di lucidità in più. La situazione era grave. La permanenza nell’utero senza liquido amniotico per oltre 40 giorni aveva pesantemente danneggiato i polmoni, fermandone lo sviluppo al momento della rottura del sacco. La prognosi era riservata. Bisognava aspettare. Il mio vero calvario cominciava in quel momento. Il giorno successivo alle 22:00 mi stavo mettendo a letto, sentii che qualcuno chiedeva di me all’infermiera. Entrò in camera un medico dell’UTIN.
“Signora, ha parlato con i medici oggi pomeriggio?”“Sì, mi hanno detto che la situazione è stazionaria.”“Signora, i valori sono al limite, abbiamo aumentato l’ossigeno al 100%.”“Dottore, cosa rischia?” “È a rischio di vita, mi dispiace.”
Ricordo la mia mano ancorata alla spalliera del letto per reggermi. Stava accadendo ciò che non avevo mai veramente voluto ammettere fino a quel momento: stavo rischiando di perdere mio figlio. I giorni successivi furono di estenuante attesa. Aspettavamo di vedere se il piccolo riuscisse a respirare da solo. Trascorsero così 14 giorni, lunghissimi. Vedevamo bambini nati più piccoli di lui, già respirare da soli, mentre lui ancora non ce la faceva. Dovevo chiedere il permesso prima di poterlo accarezzare attraverso gli oblò dell’incubatrice, e alcune volte il permesso mi veniva anche negato, perché mi dicevano: “È meglio lasciarlo tranquillo”. Mio figlio sarebbe stato più tranquillo se non si fosse accorto che la sua mamma era lì. Questo non vuol dire essere madre. Non deve essere così. Non può essere così.

Ma purtroppo la prematurità è anche questo, è lasciare che degli estranei si occupino di tuo figlio, lo tocchino e lo accudiscano al tuo posto, mentre tu sei lì a guardare, sempre che non ti chiedano di aspettare fuori. Si tratta di tuo figlio, lui è stato nella tua pancia fino a un attimo fa e adesso devi chiedere il permesso a degli estranei per poterlo toccare.

Seguirono giorni di tentativi falliti, giorni difficili e interminabili.
Ora dopo ora noi pregavamo e il mio bambino ce la fece. Finalmente, dopo 18 giorni dalla sua nascita, il dottore mi disse che potevo prenderlo in braccio, eravamo pronti per la marsupio terapia. Un’infermiera mi fece accomodare su una poltrona, poi aprì l’incubatrice, prese il bambino, ancora così esile e pieno di tubicini, e lo appoggiò sul mio petto a contatto con la mia pelle: la sensazione più bella del mondo. Fui pervasa da un senso di completezza, dissi a mio marito che mi sembrava di riavere il pancione. Finalmente mi era stato restituito mio figlio.



I giorni successivi, tuttavia, non furono semplici. Si sono susseguite una serie di complicazioni che colpiscono frequentemente i bambini prematuri e che non ci hanno permesso mai di abbassare la guardia.Lo tenevo in braccio tutte le volte che me lo permettevano e continuavamo ad aspettare che fosse totalmente autonomo nella respirazione. Le mie giornate erano scandite dagli orari di visita del reparto e per me nulla al di fuori aveva valore. Era come stare sulle montagne russe, si facevano dei passi avanti e poi di colpo una complicazione ci sbatteva di nuovo con la faccia al suolo.
Una mattina, il 14 marzo, arrivando vicino alla culla, non potevo credere ai miei occhi: finalmente vidi per la prima volta il viso di mio figlio. Può sembrare strano, ma fino a quel momento il suo volto era stato come mascherato a causa dei tubicini e delle cannule.
Potevo portarlo a casa. Pian piano si fece strada la consapevolezza di dovermi occupare da sola di un bambino che per tre mesi era stato sorvegliato 24 ore su 24 da medici e infermieri. Fino a quel momento ero stata definita una super mamma, ma io non mi sentivo affatto così, perché non avevo fatto nulla di speciale, anzi non avevo fatto neanche le cose normali che fanno le mamme per i loro bambini, mi ero sempre sentita una mamma a metà, ma ora ero pervasa da sentimenti di gioia e di timore allo stesso tempo.
Il 19 marzo, giorno della festa del papà, ci comunicarono che nostro figlio era stato trasferito in terapia intermedia, il percorso verso casa era concretamente iniziato. Il mio bambino aveva fatto il suo primo grande regalo al papà. Non saremmo mai più entrati in quella stanza che aveva custodito e restituito alla vita il nostro bene più prezioso.
Il 28 marzo, dopo 84 giorni di ricovero, finalmente ho portato mio figlio a casa e ho cominciato a essere una mamma vera.
Mi piacerebbe poter dire che i giorni difficili siano finiti lì, chiusi dietro la porta del reparto, ma purtroppo non è stato così, le conseguenze della prematurità si pagano per lungo tempo, ma si arriva ad un punto in cui ogni nuova battaglia si affronta con la consapevolezza di averne già vinte tante, anche più difficili.
Si ha la consapevolezza che il tuo bimbo è un guerriero, un piccolo leoncino.
Questa fase della mia vita, come un uragano, mi ha travolta e alle sue spalle ha lasciato uno scenario totalmente diverso da quello precedente. Ho avuto al mio fianco tante persone che sono state fondamentali affinché superassi questo momento: familiari, amici vecchi e nuovi che si sono presi cura di me e di mio figlio non lasciandoci mai soli, medici e infermieri meravigliosi. Oggi sono una persona diversa e sono grata di avere con me mio figlio senza che si sia manifestata in lui alcuna conseguenza fisica o psichica.
Ora sono consapevole di quali siano le cose davvero importanti nella vita.
A volte, mentre lo guardo correre, ascolto la sua risata contagiosa, lo rivedo nell’incubatrice e penso a quanta strada abbia fatto, nonostante sia solo un bambino. Mi perdo nel suo abbraccio mentre mi dice: “Mammina, ti voglio bene”, e so di essere una mamma fortunata. Mi è mancato veder diventare la mia pancia come una mongolfiera e abbracciare mio figlio l’istante dopo il parto, ma mi auguro di avere una seconda possibilità, e chissà, magari anche una terza!»
Ci sono storie che meritano di essere raccontate perché non si perda mai la speranza anche nei momenti più bui della nostra vita, per questo ringrazio la mamma, autrice del racconto, e la sua famiglia per avermi donato e affidato la loro storia.
Scrittrice e Narratrice

Continuate a seguire
Raccontare per emozionare...
   
                   



Editore: APS Città dell'Infanzia C.F.92072340729
© Copyright 2014-2019
Città dell'Infanzia
Direttore Responsabile: Serena Gisotti
Torna ai contenuti