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BRIVIDI IN MUSICA. LA “SINFONIA FANTASTICA” DI BERLIOZ

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Tags: musicadellorroredivertirsiadhalloweenconlamusica


Halloween è alle porte, e allora perché non approfittare di questa festa sempre più amata dai nostri bambini – meno, forse, dai più grandi – per ascoltare un po’ di buona “musica dell’orrore”? Sissignori, avete inteso bene: quella che vi propongo, gli ultimi due movimenti della celeberrima «Sinfonia fantastica» di Hector Berlioz (1803 – 1869), è proprio musica da far venire i brividi… Dirò di più, è quanto di più forte, visionario e grottesco sia mai stato composto. Ovvio, non è detto che, ascoltandola, a tutti si accapponi la pelle: può benissimo risvegliare emozioni, associazioni e fantasie di diverso genere. In fondo, il bello della musica è proprio questo, che ognuno può trovarvi ciò che vuole (a patto, ovviamente, di ascoltarla col cuore e la mente ben aperti), e lo è in misura notevolmente maggiore quando ci si accosta a una composizione strumentale, priva cioè di un testo verbale e tutta risolta in una trama di puri suoni. Quando Berlioz scrisse la sua «Sinfonia fantastica», tra il 1829 e il 1830, aveva presente, certo, l’orchestra classica – quella, per intenderci, delle sinfonie di Mozart o Beethoven – ma pensava anche a colori strumentali insoliti e audaci, per realizzare i quali occorreva arricchire l’organico tradizionale con strumenti inconsueti. E allora, ecco che oltre agli archi (violini, viole, violoncelli e contrabbassi) vi troviamo schierati: un ottavino (ossia un flauto piccolo), due flauti, due oboi, un corno inglese, due clarinetti, quattro fagotti, quattro corni, due cornette (strumenti a fiato in ottone affini alla tromba ma di forma conica simile al corno, molto usati nelle bande), due trombe, tre tromboni, due oficleidi (l’oficleide è un altro strumento della famiglia degli ottoni, consistente in un lungo tubo ripiegato, soppiantato in orchestra dal basso tuba ma anch’esso largamente impiegato nelle bande), timpani, grancassa, tamburo, piatti, campane (!) e due arpe. Eseguita per la prima volta al Conservatorio di Parigi il 5 dicembre 1830, la «Sinfonia fantastica» è forse il primo esempio di musica “a programma”, espressione con cui si intende una composizione strumentale e orchestrale che, pur non essendo legata alla parola, segue comunque una traccia narrativa: rappresenta cioè con mezzi puramente sonori contenuti tratti dalla letteratura, dalla poesia, dalla pittura, dalla natura o dalla vita dell’autore. Nel nostro caso, a fornire a Berlioz l’ispirazione per il lavoro furono alcune tempestose vicende autobiografiche. Il musicista si era innamorato perdutamente di un’attrice irlandese, Harriet Smithson, e questa sua passione non ricambiata divenne ben presto di dominio pubblico. Nel programma della «Sinfonia fantastica» – quale figura nella partitura pubblicata – si racconta infatti delle allucinazioni di un giovane artista (il compositore stesso) avvelenatosi con l’oppio per amore di una donna (la Smithson). C’è da dire, però, che Berlioz non impiegò poi tanto a farsi una ragione del rifiuto della bella e affascinante irlandese, tant’è che di lì a poco si innamorò di un’altra donna, la pianista Marie-Félicité-Denise Moke. Fu persino fissata la data delle nozze, senonché lei cambiò improvvisamente idea e sposò un altro. Il nostro, che all’epoca si trovava a Roma, si precipitò a Parigi col proposito di ucciderla e suicidarsi, ma a metà strada cambiò idea; riprese in mano la Sinfonia, avviata tempo prima, e la portò a termine. Un’ultima notazione biografica: l’iniziale passione per Harriet Smithson non era spenta, ma solo assopita; alcuni anni più tardi, infatti, la donna e il compositore convoleranno a nozze! Ma cosa racconta il programma della «Sinfonia fantastica»? Premetto che la composizione si articola in cinque movimenti, ciascuno dotato di un titolo. Nel primo movimento («Sogni, passioni») si suppone che un giovane musicista scorga per la prima volta una donna che incarna l’ideale della sua immaginazione, e se ne innamori perdutamente. L’immagine amata si presenta al suo spirito legata a un pensiero musicale «nel quale egli ritrova un certo carattere appassionato, ma nobile e timido come quello ch’egli attribuisce alla persona amata». Questa melodia perseguita senza sosta il nostro eroe: è la cosiddetta “idea fissa”, che ritornerà ciclicamente nel corso dell’opera generando i temi principali dei diversi movimenti. Nella seconda parte («Un ballo») l’artista si ritrova nel tumulto di una festa, nella terza («Scena nei campi») nella tranquilla contemplazione delle bellezze della natura, ma ovunque l’immagine della donna gli si presenta turbandone l’animo, in un susseguirsi di passione, speranza, gelosia, timore e infine solitudine. Terzo movimento («Marcia al supplizio», https://www.youtube.com/watch?v=VXH...): certo che il suo amore non sia ricambiato, l’artista si avvelena con l’oppio. Ma la dose di narcotico, insufficiente a dargli la morte, lo piomba in un sonno profondo accompagnato da orribili visioni. Sogna di aver ucciso l’amata, di essere condannato, condotto al supplizio e di assistere alla sua stessa esecuzione. Alla fine della marcia, un attimo prima della fine, riaffiora l’“idea fissa”, «come un ultimo pensiero d’amore interrotto dal colpo fatale». Quinto movimento («Sogno di una notte del Sabba», https://www.youtube.com/watch?v=iKO...): il protagonista della storia si vede nel bel mezzo di un Sabba, ossia di un convegno di streghe, circondato da «una schiera orribile d’ombre, di mostri d’ogni sorta riuniti per le sue esequie. Strani rumori, gemiti, scoppi di risa, grida lontane… La melodia amata ricompare, ma ha perduto ogni carattere di nobiltà e timidezza; non è più che un ignobile motivo di danza, triviale e grottesco; è Lei che giunge al Sabba...». Si odono i rintocchi di una campana a morto, cui si unisce la parodia grottesca del «Dies irae», l’inno gregoriano per la sequenza dei defunti.  Ora che conoscete la traccia narrativa su cui, a detta dell’autore, «la trama del dramma strumentale» poggerebbe, potete benissimo dimenticarvela. Sì, perché la «Sinfonia fantastica» è pienamente godibile anche come pezzo di musica “assoluta”, priva cioè di riferimenti extra-musicali. Insomma, non ha bisogno di parole per farsi comprendere, come del resto ammise lo stesso Berlioz quando, anni dopo, auspicò che la sua opera fosse recepita «senza preoccuparsi del programma». Ed è appunto questo il modo in cui vorrei che vi si accostassero i vostri bambini: prescindendo dal racconto fornito dall’autore (a maggior ragione in quanto – va detto – non proprio adatto alla loro età) e dando libero corso alla fantasia. Ciascuno potrà immaginarvi la propria storia – ma che dico? Non una soltanto, bensì infinite storie. La musica, si sa, è in grado di dirci cose che le parole non sono in grado di esprimere. È capace di toccare le corde più intime del nostro cuore con un’immediatezza e una precisione “chirurgica” che né il linguaggio verbale né quello figurativo conoscono, facendo appello a una gamma sterminata di sensazioni. Per questa ragione essa rappresenta il migliore strumento di crescita per un bambino: ascoltandola e riascoltandola, egli saprà riconoscere le proprie emozioni e imparerà a gestirle. Sbaglia chi pensa che ai più piccoli si debba far ascoltare solo musica lieta e spensierata: è proprio grazie a brani musicali che descrivono stati d’animo come la paura e la tristezza che il bambino sviluppa la capacità di riconosce ed elaborare – su un piano simbolico e protetto, s’intende – stati psichico-affettivi che, per quanto negativi e spiacevoli, sono parte essenziale della sua vita interiore. Può sembrare uno scherzo, ma in realtà anche una musica “dell’orrore” come quella di cui vi ho appena parlato può contribuire in modo determinante a formare un individuo consapevole e in grado di vivere con pienezza ed equilibrio la propria dimensione emotiva.
Immagine tratta da http://christinaabt.com/


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