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BENTORNATA PRIMAVERA! LE QUATTRO STAGIONI DI VIVALDI

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Pubblicato da in MUSICA E TEATRO ·
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Il “prete rosso”, così era soprannominato Antonio Vivaldi. Pare infatti che da suo padre Giovanni Battista, un umile barbiere attivo come violinista nella Cappella di San Marco a Venezia, avesse ereditato non soltanto l’inclinazione per la musica ma anche la capigliatura rossiccia. Con lui aveva iniziato giovanissimo a studiare violino, dando prova di un talento fuori dal comune. Purtroppo non godette mai di ottima salute: una «strettezza di petto», come lui stesso la definiva – forse un’asma bronchiale – lo afflisse sin dalla nascita; si racconta che, quando Antonio vide la luce, sua madre Camilla promettesse che, se fosse sopravvissuto, sarebbe diventato prete. E così fu: a dieci anni fu indirizzato verso la carriera ecclesiastica e nel 1703 fu ordinato sacerdote. Tre anni dopo, però, ottenne di essere dispensato dalla celebrazione della messa per le sue cagionevoli condizioni di salute.
A Venezia, sua città natale, la carica musicale più prestigiosa era quella di maestro di cappella della Basilica di San Marco, ma Vivaldi non riuscì mai ad accedervi: l’allora titolare, Antonio Biffi, visse troppo a lungo, impedendogli di occupare quel posto tanto ambito. Nel frattempo, però, la fama del nostro aveva cominciato a diffondersi ed egli fu assunto come maestro di violino presso il Pio Ospedale della Pietà. Per questa istituzione, dove ricoprirà varie cariche, Vivaldi comporrà quasi ininterrottamente sino alla vigilia della sua morte. Si spegnerà nel 1741, a Vienna, lontano dall’amata Venezia e in condizioni di povertà.
Accanto ai numerosi teatri in cui spopolava il melodramma, i quattro conservatori dei Mendicanti, degli Incurabili, dell’Ospedaletto e della Pietà svolgevano un ruolo importante nella vita musicale della Serenissima. Come i conservatori napoletani e palermitani, erano ospizi in cui trovavano accoglienza bambini orfani, abbandonati o malati. L’Ospedale della Pietà era senz’altro il più prestigioso per via del seminario musicale, esclusivamente femminile, che aveva sede al suo interno: le ragazze vi venivano istruite nell’arte del canto o in qualche strumento, raggiungendo livelli di maestria quasi inimmaginabili al giorno d’oggi. Ogni domenica o nei giorni festivi, nascoste agli sguardi del pubblico da una grata, le “putte” davano prova della loro bravura. Le più abili non solo partecipavano alle manifestazioni e alle feste cittadine, ma si esibivano anche nelle sale delle dimore patrizie, guadagnandosi una fama che aveva ben poco da invidiare a quella delle grandi cantanti d’opera.
Se si eccettua l’intensa attività come autore di melodrammi, i periodi di assenza dalla Pietà e i non pochi soggiorni all’estero, possiamo dire che il “prete rosso” compose gran parte della sua musica per quelle particolari interpreti. Basti pensare alla sua vastissima produzione strumentale, comprendente oltre cinquecento lavori, tra concerti, sonate e sinfonie. Vi propongo di ascoltare i quattro celeberrimi concerti per violino solista, archi e basso continuo che aprono la raccolta “Il cimento dell’Armonia e dell’Invenzione”, pubblicata ad Amsterdam nel 1725. Ognuno di questi concerti è ispirato a una diversa stagione dell’anno (“La Primavera”, “L’Estate”, “L’Autunno” e “L’Inverno”) ed è preceduto, nell’edizione a stampa, da un sonetto – opera, forse, dello stesso Vivaldi - che ne spiega a parole il contenuto.     

                                                             
In realtà queste poesie furono aggiunte dal compositore soltanto in un secondo momento, quando ormai la musica era stata composta ed eseguita da tempo, allo scopo di facilitare la comprensione dell’opera e promuoverne la diffusione. Un’abile operazione di “marketing”, insomma, che però nasceva anche dalla consapevolezza della novità dell’opera e dall’esigenza di aiutare ascoltatori ed esecutori a orientarsi in un discorso musicale che, pur non rinunciando alle simmetrie e agli schemi costruttivi del “concerto (con le sue immancabili alternanze di “soli” e “tutti”), si sviluppa con una libertà d’invenzione e un gusto descrittivo e coloristico senza precedenti. Il tema delle stagioni non era certo nuovo per l’epoca, soprattutto nell’ambito del balletto e del divertimento scenico, ma Vivaldi è il primo ad affrontarlo in termini puramente strumentali, sfruttando cioè tutte le risorse tecniche ed espressive dell’orchestra del tempo. E così facendo ci consegna un meraviglioso esempio di composizione descrittiva, in cui cioè la condotta musicale si plasma su un contenuto esterno, un “programma”, come diremmo oggi (quello, appunto, precisato a posteriori dai quattro sonetti esplicativi).
Iniziamo col primo dei quattro concerti, “La Primavera”

Quale modo migliore per salutare l’arrivo della bella stagione! Ecco il sonetto corrispondente:
«Giunt’è la Primavera e festosetti
la salutan gl’augei con lieto canto,
e i fonti allo spirar de’ Zeffiretti
con dolce mormorio scorrono intanto:
vengon coprendo l’aer di nero manto e lampi,
e tuoni ad annuntiarla eletti
indi tacendo questi, gl’augelletti
tornan di nuovo al loro canoro incanto:
e quindi sul fiorito ameno prato
al caro mormorio di fronde e piante
dorme ’l caprar col fido can a lato.
Di pastoral zampogna al suon festante
danzan ninfe e pastor nel tetto amato
di primavera all’apparir brillante.»

Se scorriamo lo spartito, vi troviamo qua e là frammenti del sonetto ripetuti in cima al pentagramma allo scopo di richiamare l’attenzione su singoli particolari man mano che la “pittura sonora” va prendendo forma. Capita addirittura che le parti strumentali siano contrassegnate da sottotitoli differenti: a un certo punto, ad esempio, la parte del violino principale reca l’indicazione «il capraro che dorme», mentre quella della viola «il cane che grida».
Oltre a ciò, va detto che il lavoro ricalca alla perfezione il piano generale di una “sinfonia da concerto”: i “tutti”, ossia i momenti in cui suona l’intero complesso strumentale, conservano la loro tradizionale funzione di ossatura costruttiva, assicurando simmetria e stabilità all’architettura, e al tempo stesso si incaricano di dipingere l’atmosfera dominante del pezzo: in questo caso, la gioia spensierata della bella stagione. Gli episodi solistici, invece, svolgono la funzione di divertimenti o intermezzi modulanti, traboccanti di virtuosismo e di dettagli pittoreschi. Si vedano quelli che scandiscono il movimento d’apertura (Allegro): nel primo i violini solisti riproducono, con sonorità brillanti e impressionante verosimiglianza, il canto degli uccelli; nel secondo è evocato il mormorio delle fonti, il terzo dipinge il fragore di tuoni e lampi. Nel secondo movimento, Largo («il capraro che dorme»), Vivaldi combina abilmente tre elementi, quasi fossero tre distinti piani di una rappresentazione pittorica: sul fondo il movimento continuo dei violini suggerisce il «mormorio di fronde e piante», cui si sovrappone la melodia del violino principale, espressione dell’immota calma del capraro dormiente; al di sotto, le viole imitano l’abbaiare del cane con un disegno ostinato da eseguirsi – secondo le prescrizioni dello stesso autore – «sempre molto forte e strappato». Nel terzo movimento («Danza pastorale», Allegro) riesplode l’atmosfera festosa dell’inizio, con i frizzanti intermezzi dei solisti alternati alla melodia luminosa e ben ritmata del ritornello, nonché il caratteristico suono della zampogna imitato mediante l’impiego di note tenute a mo’ di pedale.
Quanto alle altre Stagioni, beh, c’è ancora tempo… godiamoci per ora la “Primavera”! Buon ascolto!


, musicologo  
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