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Barricato in casa da mesi. Vieni fuori dalla tua ZONA DI COMFORT o sarà la tua PRIGIONE!

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Pubblicato da Dott.ssa Virginia Ricatti in PSICOLOGIA · 1 Agosto 2020
Tags: comfortpaurastresscovid19
Era un mercoledì sera come tanti. Anch’io come molti, soprattutto qui al Sud, in cui c’erano solo due/tre casi, non avevo ancora capito la gravità dell’epidemia da Coronavirus che, ormai, di lì a poco, si sarebbe diffuso e inesorabilmente lungo la nostra penisola. Ma quella sera non la dimenticheremo mai.
Il premier Conte, a reti unificate, annunciava la necessità di compiere un “sacrificio”: il bisogno di modificare le nostre abitudini, l’obbligo di distanziarci dagli altri e di porre una pausa alla nostra vita sociale.
Inizialmente, sicuramente, ci ha invaso un senso di paura, abbiamo sentito come una voragine nel nostro stomaco. Uno tsunami di interrogativi ha inondato la nostra mente.

Le nostre case, in un secondo, da luogo di riposo, sicuro, accogliente, sono diventate la nostra prigione, per giunta per un periodo di tempo (cosa ancor più terrificante) imprecisabile.

Eppure, più i giorni passavano e più la maggior parte di noi ha raggiunto un certo equilibrio: ha avuto modo di godere maggiormente dei momenti in famiglia, senza la frenesia del lavoro o della scuola, ha potuto apprezzare un tempo più rallentato. Quindi, finita la quarantena, per molti, si è ripresentata la stessa sensazione di inquietudine del 10 Marzo; ora non più per paura del lungo periodo di isolamento, ma per il ritorno alla normalità.
Perché la nuova routine quotidiana creata, vissuta sempre con le stesse persone e scandita da attività e azioni, compiute sempre all’interno delle nostre quattro mura, è divenuta per noi fonte di rassicurazione, creando così una comfort zone, il nostro riscoperto angolo di paradiso, la dimora in cui, anche dopo un bellissimo viaggio, desideriamo tornare, il letto più comodo in cui dormire, tanto lontano dall’inferno che imperversava negli ospedali, per noi soltanto visibile dai fotogrammi diffusione via etere.

Al di fuori dalle nostre abitazioni, tutto ha assunto un aspetto più tetro, si usciva solo per necessità e calato il coprifuoco anche poggiare un piede fuori dall’uscio di casa era una trasgressione.

Cosi, all’avvicinarsi del fatidico 4 Maggio, persino sui social network, numerosi erano i post in cui si ironizzava su quanto questa quarantena fosse ormai diventata la normalità, quasi da essere preferita al delirio che ci aspettava una volta riaperte le “gabbie”.
Si è passati dall’angoscia per essere reclusi nelle nostre prigioni dorate, alla paura dell’esterno, la paura della libertà.

La reclusione era divenuta la nostra sicurezza. Paradossale.

Ma quali sono i motivi di queste sensazioni? Alcuni studi mostrano come il nostro cervello tenda a costruirsi un’abitudine dopo un sufficiente periodo di tempo in cui si ripete la medesima azione. Ed è ciò che è avvenuto nel corso di questo lungo lockdown. Inoltre, ora, il mondo non è più visto con gli stessi occhi: c’è una maggiore ansia del futuro, vista l’incertezza economica e lavorativa in cui viviamo; per di più, il virus non è magicamente sparito e, quindi, è naturale nutrire una certa paura, non solo per se stessi, ma anche per i propri congiunti, tanto che anche una serata fra amici può essere motivo di preoccupazione. In aggiunta, ormai, siamo sempre più diffidenti verso il prossimo, tanto che bastano un minimo colpo di tosse o uno starnuto, a cui prima non avremmo dato peso, a innescare comportamenti di allerta e di evitamento.


Purtroppo, queste sono emozioni che non ci abbandoneranno in tempo breve e, anzi, la paura di una possibile seconda ondata, non fa altro che acuirle.
La nuova comfort zone non è necessariamente negativa, in quanto ci ha permesso di essere resilienti, di ritrovare i nostri ritmi, di riaccentrare l’obiettivo su noi stessi e sui nostri affetti. È stata la nostra base di partenza, il nostro porto sicuro. Ma, ora, non possiamo continuare a rimanere imprigionati. Restare a lungo nella comfort zone è controproducente. Significa lasciarsi paralizzare dalla paura e dall’incertezza. Sentimenti che la maggior parte di noi mette a tacere calandosi in schemi precostituiti, ma in realtà è solo “levando l’ancora, abbandonando i porti sicuri”, spingendoci oltre i nostri confini mentali che possiamo ricominciare a vivere davvero.
L’essere umano è animato da due tensioni: la dipendenza da ciò che lo protegge e gli infonde sicurezza e l’indipendenza, ovvero la propria capacità di autonomia, che gli permette di allontanarsi, esplorare e scoprire. Perciò, la zona comfort è il nostro porto, è il nostro punto di partenza, ma solo navigando verso nuove mete, possiamo conoscere nuovi angoli di paradiso, da scoprire e/o riscoprire.

Dottoressa in Psicologia Clinica e di Comunità

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