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ANAFFETTIVITÁ E SGUARDO DELL'ALTRO.

Città dell'Infanzia
Pubblicato da in FILOSOFIA ED ETICA ·
Tags: anafettivitàfilosofiasolitudine
Che cosa accade, in senso filosofico, quando entriamo in relazione con un anaffettivo?
Noi viviamo sempre nell’attesa dello sguardo dell’altro, speriamo sempre che qualcuno ci guardi, affinché in quello sguardo e in quell’alterità si possa ritrovare ciò che metta in discussione l’egoismo, la brutalità e così facendo apra un orizzonte di senso che, seppur invisibile, rappresenti quello spazio in cui riconoscersi vivo.

Nello  sguardo altrui l’uomo ritrova la  strada e così gli viene restituito il “me stesso” mente, anima e corpo in una  unità che è integrità di un IO coccolato e accolto.

E’ di quel riconoscimento che si nutre l’Etica della Relazione.
E. Levinas, FILOSOFO LITUANO, parla di “Preminenza dell’altro  e contestando Martin Heidegger, che legava  l’angoscia dell’uomo al sentirsi proteso verso il nulla, dirà che l’angoscia esiste, invece, solo quando un individuo si riconosce come Essere Anonimo.

Invece, nel dono all’altro, l‘IO rinasce e scopre il senso profondo del suo essere nel mondo.


Filosoficamente, la relazione etica mostra che l’uomo è veramente tale quando risponde al volto dell'altro.
Dunque, c’è una precedenza ontologica dell’essere -per- l’altro, perché solo questo permette L’ Essere.

Prima c’è la relazione e poi l’individualità…

E proprio quell’alterità  irriducibile impone l’apertura a infinite possibilità di autodeterminazione.
Un altro problema, però, emerge all’orizzonte, cioè che la prossimità all’altro apre poi al possesso, all’assimilazione dell’altro, al godimento dell’altro.
E se l’altro che ho di fronte è anaffettivo che cosa accade?
In questo caso l’apertura è sostituita da un inevitabile snaturamento, perché l'altro diviene disconfermante. A soffrire non è soltanto la PSICHE, bensì la corporeità che simbioticamente spegne la percezione di se stessi come essere -per- l’altro.
Così lentamente si avvia un processo di saturazione e la corporeità offesa nutrirà un’identità offesa. Così, se come dice Levinas: “essere -per- l’altro è antecedente ontologicamente all’Essere”, venendo meno il primo, scomparirà il secondo… chi mi avvisa di tutto ciò? IL CORPO Proprio quel corpo che, mortificato, annichilito oltre che snaturato, ripiega su di sé e non sente più nulla.

                                                                                                          
Che spaziò allora c’è per la felicità?

Direi nessuno spazio, perché qui prevale una solitudine subita, chiusa e non aperta, per dirla con le parole di Eugenio Borgna.
Non è una solitudine come quella dell’eremita, che sceglie uno spazio per riflettere sempre sull’alterità, ma è una solitudine dell’anima che non può fare altro che implodere.
L’implosione può produrre qualcosa per nutrire l’essenza?

- Counselor Filosofico                        
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